È la proposta dell'Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi)

Usare le acque reflue depurate, gli scarichi delle città per irrigare i campi agricoli. È la proposta dell’Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi) per far fronte alla crisi idrica che attanaglia l’Italia che emerge da ‘Sicurezza alimentare e qualità delle risorse idriche: le opportunità della normativa europea sul riuso delle acque depurate in agricoltura’, giornata di lavoro al Palazzo delle Stelline di Milano per discuterne con politici, agricoltori, associazioni di categoria. È un’idea che l’Unione Europea ha già messa nero su bianco nella direttiva 741/2020 che a giugno 2023 diventerà operativa. I timori per l’Italia? I costi di depurazione (18.140 impianti nella penisola di cui 7.700 dotati di trattamento secondario avanzato), tradizionalmente più alti rispetto alla risorsa standard e che ne hanno fatto un’alternativa non sempre gradita, e quelli igienico-sanitari e ambientali. Contadini e allevatori chiedono dunque garanzie per non pregiudicare il valore del cibo made in Italy ed evitare di portare sulle tavole degli italiani prodotti a rischio. Dall’altra parte, però, i numeri della carenza idrica per le coltivazioni spingono per un cambio di passo.È una tavola rotonda che dà alla luce cifre pesanti sull’assenza di acqua sul territorio italiano. Sulla cima del Monte Bianco nelle stesse ore si toccano i 10,5 gradi di temperatura contro i 6,5 di 15 anni fa. “Ormai per i ghiacciai è tardi: entro il 2100 sparirà la maggior parte di quelli alpini”, dichiara a LaPresse Antonello Pasini, fisico e climatologo del Cnr. “È il momento di fare scelte sull’acqua: in prima battuta c’è l’uso umano, in seconda battuta l’uso agricolo”, tuona il presidente Coldiretti, Ettore Prandini. Confagricoltura stima danni al comparto agricolo provocati dalla siccità del 2022 “superiori ai 2 miliardi di euro”. “Al momento della raccolta avremo difficoltà sulle materie prime, non siamo in grado di avere mais, foraggi e la mancanza è nell’ordine del 30-50%” dice il numero uno dell’associazione in Lombardia, Riccardo Crotti.L’assessore al Welfare della Regione, Letizia Moratti, manda un messaggio in cui si dice preoccupata anche per il “deterioramento della qualità” dell’acqua a causa dello stress idrico e annuncia il suo appoggio all’utilizzo di “reflue trattate” anche “in rapporto alla sicurezza alimentare”. L’assessore all’Agricoltura, Fabio Rolfi, annuncia che dal 2023 i concessionari idroelettrici avranno l’obbligo nei contratti di fornire volumi aggiuntivi in caso di siccità, affermando di voler aumentare i bacini di raccolta (per esempio nelle ex cave ma serve “un approccio ammazza-burocrazia”), ma lanciando anche un grido d’allarme sul grande assente dalla discussione: il Pnrr. “Non vedo capacità di mettere a terra i soldi per il lato agricolo e oggi non c’è aperto nessun decreto e nessun bando”. “La risposta non è nel Pnrr – tuona Massimo Gargano, direttore generale dell’Anbi – perché su questo settore abbiamo solo il 2% delle risorse stanziate, di cui 880 milioni su efficientamento irriguo e il resto sull’idrico potabile”. Oggi l’Italia investe 46-49 euro pro capite sul settore – spiega la responsabile Divisione Acque di Utilitalia, Tania Tellini. Cifra che è cresciuta molto negli ultimi 10 anni ma lontanissima dalle vette della Norvegia, con 228 euro. 

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