Domenica 17 Dicembre 2017 - 12:45

Vittorio Emanuele III, storia di un re indeciso e pavido: dal fascismo alle leggi razziali

Regnò sul nostro Paese per 40 anni. All'inizio fu liberale e aperto. Ma nel 1922 aprì le porte a Mussolini e, poi alla dittatura e alle sue nefandezze. Le sue spoglie a Vicoforte per motivi umanitari

Vittorio Emanuele III, l'arrivo delle spoglie al santuario di Vicoforte

Un re che, forse, almeno come persona, avrebbe potuto lasciare un ricordo migliore di sé agli italiani. Ma le macchie terribili e definitive del fascismo (con tutti i disastri e i dolori che causò al Paese) e delle leggi razziali, hanno restituito alla Storia un'immagine sicuramente negativa di Vittorio Emanuele III per 46 anni (dal 1900 al 1946) attraverso due guerre, re d'Italia e d'Albania, imperatore d'Etiopia e Primo maresciallo del nostro slabbrato "impero".

Tanto che nella Costituzione è scritto e sancito che "I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli". 

 

Italo Balbo con Vittorio Emanuele III Re d'Italia

E, per lungo tempo, si è anche evitato il discorso sulla possibilità di riportare in Italia le spoglie mortali del re simbolo della proverbiale "vigliaccheria" della casa Savoia. E, di sicuro, il "no" delle autorità italiane sarebbe proseguito nel tempo, davanti alla sconsiderata pretesa di Vittorio Emanuele IV di far riposare il nonno nel Pantheon dove, secondo il pretendente al trono "virtuale" d'Italia, devono essere sepolti "tutti i re". La questione, invece, è stata riproposta nel 2011 sul piano strettamente umanitario, dalla principessa Maria Gabriella, sorella di Vittorio Emanuele IV. Sono entrambi figli di Umberto II, il re esiliato a favore del quale aveva abdicato Vittorio Emanuele III, e di Maria José, ma su posizioni diametralmente opposte su tutto quello che riguarda il presente e il futuro della sfortunata dinastia. Maria Gabriella ha sempre pensato e detto che il fratello (con tutti i guai che ha combinato) non sarebbe precisamente il miglior rappresentante di Casa Savoia e ha quindi puntato sul cugino Amedeo (più attento e defilato). Sulla questione della riunione in Italia dei resti mortali del nonno (Vittorio Emanuele II) e della nonna (la regina Elena) la principessa ha sempre basato il suo ragionamento (nelle lettere scritte in diverse occasioni al Quirinale) sull'aspetto strettamente umanitario e ha evitato accuratamente di fare questioni sulla destinazione finale al Pantheon invece di quella naturale del santuario di Vicoforte dove poi sono finite.

Elena del Montenegro

E sul terreno strettamente umanitario, Maria Gabriella ha trovato la discreta attenzione e disponibilità del presidente della Repubblica Sergio Mattarella il cui staff ha lavorato con discrezione per rendere possibile il ritorno a determinate condizioni. O meglio, i due ritorni: quello dei resti della regina Elena (che era sepolta in Francia a Montpellier) e quello della salma di Vittorio Emanuele III che era morto in Egitto, ad Alessandria, il 27 dicembre del 1947 (70 anni fa esatti). La questione della regina Elena è stata un fatto più "privato", quella dell'ex re ha messo in campo un certo lavoro diplomatico col Cairo.

Vittorio Emanuele III era nato a Napoli l'11 novembre del 1869. Il suo nome completo era Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro. Luogo di nascita e quel "Gennaro" nel nome volevano attribuirgli, fin dalla nascita, un compito "unitario" nei confronti del Paese sui cui avrebbe regnato dal 11 agosto del '900 al 9 maggio del 1946. Il principe, tutt'altro che prestante dal punto di vista fisico (era alto un metro e 53 centimetri) ricevette un'educazione decisamente militare ma anche abbastanza approfondita, soprattutto dal punto di vista della geografia di cui era un vero appassionato tanto da essere chiamato (da principe e da re) a dirimere questioni internazionali di confini.

Italo Balbo con Vittorio Emanuele III Re d'Italia

Vittorio Emanuele III, non va dimenticato, salì al trono piuttosto improvvisamente e in condizioni decisamente drammatiche. Il padre, Umberto I, venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900 dall'anarchico Gaetano Bresci. Il principe, allora aveva 31 anni e si trovò sbalestrato a reggere le sorti del Paese. In un primo tempo, con aperture in senso decisamente parlamentarista e sociale, tanto da guadagnarsi l'epiteto di "re socialista". Anche durante la Prima Guerra mondiale, la sua vicinanza all'esercito gli guadagnò, tutto sommato, la stima generale.

Ma tutto precipitò nell'ottobre del 1922 quando Mussolini e i suoi Fasci di combattimento s'inventarono la "marcia su Roma". In realtà, i "marciatori" erano circa 25 mila, guidati dai quadrumviri Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi. Si riunirono a Monterotondo, Foligno, Tivoli e Santa Marinella. A difesa di Roma, l'esercito poteva schierare circa trentamila uomini bene armati e organizzati. Il 28 ottobre mattina, mentre la marcia stava per partire, il capo del governo Luigi Facta (che pure doveva fronteggiare all'interno del governo diverse posizioni già filofasciste o, quantomeno, possibiliste nei confronti di Mussolini) si recò al Quirinale dove risiedeva il re per fargli firmare lo "stato d'assedio", un decreto urgente che avrebbe permesso all'esercito di fronteggiare e, probabilmente, sgominare i Fasci di combattimento in marcia. Ma il re disse di no. Pare che la frase esatta sia stata:

"Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi" accompagnata da considerazioni errate sul fatto che i fascisti in arrivo erano centomila e i soldati appena ottomila e che sarebbe stata una carneficina. Quindi il re non firmò, Facta si dimise e l'Italia ebbe Mussolini e il fascismo per i successivi vnt'anni.

 

Camicie nere a Roma in Piazza Venezia

Lo storico del fascismo Renzo De Felice ha ipotizzato quattro motivi per questa incomprensibile decisione di Vittorio Emanuele III: la paura di una guerra civile, il timore per l'atteggiamento del cugino il Duca Emanuele Filiberto d'Aosta che era vicino ai fascisti e che il re temeva potesse puntare al trono con l'appoggio di Mussolini, la debolezza del governo di Luigi Facta e l'incertezza dei generali a capo delle forze armate in un eventuale scontro con i fascisti. A questi quattro elementi si aggiunge, a parere di molti storici, il carattere tutt'altro che risoluto del re nel prendere decisioni importanti.

La vicenda della Marcia su Roma è una delle prime questioni sulle quali la Storia e la politica italiana hanno dato quel giudizio totalmente negativo sulla Casa Reale di Savoia e sul suo operato alla guida del Paese. Il secondo episodio si concretizzò due anni dopo quando, nell'aprile del 1924 ci furono le elezioni che portarono il Partito Nazionale Fascista alla maggioranza assoluta (per soli sette seggi e, probabilmente, con diversi brogli) alla Camera. Il 10 giugno venne rapito il socialista Giacomo Matteotti e il 16 agosto venne ritrovato il suo cadavere. A gennaio, in un famoso discorso in Parlamento, Mussolini rivendicò praticamente l'omicidio e ricordò alle opposizioni che, se volevano, potevano metterlo in stato di accusa. Il Parlamento non ebbe il coraggio, ma neanche il re si mosse come avrebbe potuto: "Sono cieco e sordo - avrebbe risposto Vittorio Emanuele III a chi gli chiedeva di fare qualcosa - i miei occhi e le mie orecchie sono la Camera e il Senato".

Vittorio Emanuele e Marina Doria

E Vittorio Emanuele III non mosse un dito nemmeno quando, dalla confessione dello squadrista Cesare Rossi, emerse chiaramente la responsabilità del fascismo nell'omicidio Matteotti e in diversi altri atti di violenza. Anzi, il re, ormai completamente succube del Duce andò avanti e arrivò, nel 1925 a firmare le cosiddette "leggi fascistissime" che comportavano, tra l'altro, la messa fuori legge di tutti i partiti (tranne il PNF) e l'introduzione della censura sulla stampa. Insomma, Vittorio Emanuele III, aprì le porte al fascismo "parlamentare" e diede il via libera alla sua evidente trasformazione in una dittatura.

Nel 1938, la monarchia toccò probabilmente il fondo con la firma che Vittorio Emanuele III (il 5 settembre) appose sotto le leggi razziali volute da Mussolini e dal fascismo. La sua parabola di liberale con idee sociali avanzate era finita dall'altra parte ad avallare delle norme che discriminarono e mandarono a morte migliaia e migliaia di persone per il solo fatto di professare una fede religiosa diversa. Si dice che Vittorio Emanuele III, almeno in privato, abbia fatto sentire il suo disappunto. Ma il fatto storico incontrovertibile è che mise la sua firma e ogni famiglia italiana che ha avuto una vittima nei campi di concentramento nazista può legittimamente rinfacciarlo alla casa regnante. Da qui la presa di posizione di oggi dell'Unione delle Comunità Ebraiche che ha protestato con veemenza contro il rientro in Italia dei resti del re e, soprattutto contro chi "

oggi vuole farne un eroe o un martire della Storia, ...chi ancora chiede una sua solenne traslazione al Pantheon".

Benito Mussolini

Un'altra questione che la Storia accolla al piccolo re sabaudo è il tempo che ci mise (quasi un mese) a decidere la sua abdicazione. Tempo che dedicò alla trattativa con gli americani per garantire a se stesso e alla sua famiglia le migliori condizioni di esilio possibili. Nel frattempo, l'Italia dovette sopprtare le rappresaglie naziste nel centro-nord.

Insomma, oggi sono tornati in Italia per legittimi e comprensibili motivi umanitari i resti mortali di un uomo che è stato per 40 anni Re d'Italia. Sarebbe ingiusto ricordarne solo gli errori, le nefandezze, le scarse capacità di decisione e di sacrificarsi per il suo popolo. Ma di certo le sue spoglie mortali non dovrebbero diventare, dopo 70 anni, oggetto di strumentalizzazioni politiche e sollecitare i desideri sopiti di chi vorrebbe celebrarle al Pantheon. A Vicoforte, Vittorio Emanuele III è stato riunito con la moglie, la regina Elena, perché i famigliari possano pregare sulle loro tombe e sentirli vicini. La traslazione è stata un fatto privato permesso dal giusto senso umanitario del Quirinale e dello Stato italiano. Nulla di più.

Scritto da 
  • Massimo Razzi
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