Martedì 09 Febbraio 2016 - 19:30

Usa 2016, fondatore Youtrend: Svolta sarà 'supermartedì'

L'intervista a Lorenzo Pregliasco, direttore e co-fondatore di YouTrend e della startup di ricerche Quorum oltre che docente di Scienze politiche all'Università di Bologna

Donald Trump

 Con 43 abitanti, Hart's Location è stato il primo luogo in cui in New Hampshire si sono tenute le primarie in vista delle elezioni presidenziali. Trentacinque votanti in tutto che hanno sancito la vittoria di Bernie Sanders tra i democratici (con 12 preferenze rispetto e 7 per Hillary Clinton). Tra i repubblicani a sorpresa, il governatore dell'Ohio, John Kasich, ha battuto 5 a 4 il super favorito Donald Trump. Dati irrelevanti a livello statale e ancor più a livello nazionale ma che, ancora una volta dopo i caucus in Iowa, smentiscono in parte i sondaggi.

Le ultime rilevazioni pubblicate ieri dalla Cnn danno infatti in vantaggio il senatore del Vermont Sanders e il miliardario Trump. I giochi sono ancora aperti fino alla chiusura delle urne previste per l'1 di questa notte in Italia. Ma sull'efficacia dei sondaggi abbiamo chiesto un parere a Lorenzo Pregliasco, direttore e co-fondatore di YouTrend e della startup di ricerche Quorum oltre che docente di Scienze politiche all'Università di Bologna.

"Innanzitutto, diversamente dai caucus in Iowa dove si vota a seguito di assemblee pubbliche con pubbliche dichiarazioni di voto, quelle in New Hampshire sono vere primarie, più lineari e forse più prevedibili dal punto di vista dei sondaggi: si procede con voto segreto in consultazioni organizzate dallo Stato e non dai partiti e possono partecipare tutti i cittadini registrati come elettori", spiega Pregliasco ammettendo però il rischio del cosiddetto 'fattore umano'. Non a caso nelle elezioni del 2008, precisa lo studioso, Hillary Clinton sbaragliò gli avversari democratici, e lo stesso Obama, nonostante nei sondaggi fosse data perdente.

Ma quindi che livello di attendibilità c'è?

Sotto il profilo tecnico, al fine di prevedere il risultato di un'elezione, è necessario mettere insieme le varie componenti che formano e guidano l'opinione pubblica: il risultato finale infatti è dato dalle singole espressioni di voto degli individui che si presentano al seggio al giorno delle elezioni. Naturalmente, la fonte primaria di informazioni è il sondaggio, che viene poi ad aggiungersi ad altre informazioni, i 'non-polling factors', i fattori fuori sondaggio che provengono dal mondo esterno (come gli endorsement ricevuti, l'etnia del candidato e altre situazioni particolari).

Che importanza hanno?

In un Paese come gli Stati Uniti, a livello di primarie come in questo caso, è importante il polling e l'interesse espresso dall'opinione pubblica perché può spingere i candidati minori a ritirarsi, ad aumentare il fundraising, la raccolta fondi, di altri e a modificare così i rapporti di forza delle varie campagne elettorali. Lo si è visto dopo i risultati dell'Iowa con il ritiro di Martin O'Malley tra i democratici e di Mike Huckabee, Rand Paul e Rick Santorum tra i Gop. E lo si vedrà oggi, con il voto in New Hampshire.

I sostenitori di Bernie Sanders

Quale sarà il vero banco di prova per determinare i candidati ufficiali?

In generale dopo il super martedì (in cui gran parte dei maggiori Stati Usa andrà al voto, e che quest'anno si terrà il 1° marzo, ndr) si riesce ad avere un'idea più netta, proprio perché al voto vanno Stati diversi, con un elettorato differente. Da qui, di solito, si possono distinguere le candidature di facciata da quelle reali. Ma quest'anno è reso più difficile da personaggi di grande caratura mediatica, come Donald Trump, che sono in grado di spostare a favore o meno l'elettorato con una battuta o una gaffe.

È possibile che proprio per quanto riguarda Trump i sondaggi siano guidati da un certo scalpore mediatico tipico del candidato, salvo poi essere smentiti il giorno dopo il voto?

È presto per dirlo, ma non c'è dubbio che il magnate abbia ottenuto grande visibilità su televisioni e quotidiani grazie alle sue provocazioni, al suo essere così diretto e schietto, al limite del politicamente scorretto. Una campagna elettorale quasi a titolo gratuito, direi, dato che più volte Trump ha ammesso di non aver speso quasi nulla in spot. E questo suo appoggio da certa parte dell'opinione pubblica si rispecchia nei sondaggi, è evidente.

Ma rischia di essere un fuoco fatuo?

Di certo un freno alla sua corsa si avrà se comincerà a perdere in più Stati, perchè si va a indebolire la sua 'retorica dei muscoli', incentrata sulla vittoria, sulla forza. Se dopo l'Iowa perdesse anche in New Hampshire, il suo appeal comincerebbe a diminuire perchè verrebbe meno se la sua aurea di vincente e c'è il rischio che tutta la sua sostanza possa sgretolarsi. D'altro canto, c'è una buona fetta di elettorato che lo sostiene e che ha voglia di quel cambiamento radicale che, per forza di cose, Trump comporterebbe.

Che tipo di elettorato?

Esaminando i dati del voto in Iowa, si vede come Trump abbia avuto sostegno tra la popolazione meno istruita ma più moderata. Contrariamente a quanto si pensa, il magnate non ottiene grandi consensi dalla parte più conservatrice dei repubblicani. Lui non è un politico di professione e su alcuni temi cari alla tradizione repubblicana statunitense, come il conservatorismo a livello fiscale e sociale, lui ne rappresenta solo una parte, quella legata alla lotta contro l'immigrazione. Ma, ad esempio, su temi come l'aborto o i legami con Wall Street, il miliardario si mostra molto più liberal di Ted Cruz, espressione del Tea Party, e dello stesso Marco Rubio. Senza dimenticare il suo passato da strenuo sostenitore dei democratici.

In campo democratico, il ruolo dell'outsider è rappresentato da Bernie Sanders. Lo si può vedere come l'Obama del 2016?

 È indubbio vi siano delle differenze: Sanders è un senatore di lungo corso, bianco, over 70 mentre Obama è un afroamericano, senatore al primo mandato. Ma vi sono alcune sovrapposizioni evidenziate, al momento, dal voto in Iowa dove le stesse contee che nel 2008 votarono per Obama la scorsa settimana hanno scelto Sanders. Inoltre, in entrambi c'è la strategia di presentarsi come alternativa all'inevitabile Clinton. E questo è un punto che piace all'elettorato più giovane, che lo vede come outsider rispetto all'establishment democratico.

Basterà questo per battere Clinton?

Negli Stati Uniti, storicamente, alla lunga conta la rete economica e i legami con i poteri forti che Clinton ha, e che aveva Obama. Senza contare le lobby: tra qualche mese si voterà in stati molto diversi anche dal punto di vista composizione demografica. Penso al Nevada con una comunità ispanica molto forte, o all'Illinois con una forte componente afroamericana. Loro faranno la differenza.

E l'eventuale discesa in campo dell'ex sindaco di New York, Michael Bloomberg potrà creare ulteriore scompiglio?

Sinceramente non credo. Innanzitutto, ritengo che Bloomberg aspetterà di ufficializzare la sua candidatura dopo le nomination, democratiche e repubblicane. Lui stesso sa bene di avere maggiori speranze nel caso vi siano due candidati più estremi, come può essere Trump. In generale nella storia politica statunitense, chi si presenta come indipendente non ha grandi opportunità. L'unico fu Ross Perot nel 1992 che, comunque, raggiunse il 18% dei voti, che è tanto in termini assoluti ma non è assolutamente un risultato competitivo. C'è da sottolineare poi un aspetto: con il suo passato da liberal, da ex sindaco di New York, città notoriamente aperta su questioni etiche come l'aborto o le unioni civili, l'eventuale candidatura di Bloomberg rischia di sottrarre più voti ai democratici che ai repubblicani.

Scritto da 
  • Valentina Innocente
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