Domenica, Gennaio 31, 2016 - 22:00

Tunisia, se protesti evoco lo spettro Isis: la rivolta di Kasserine sotto ricatto

Yosri Adjili, 25enne disoccupato, in sciopero della fame a Kasserine con la bocca cucita

Labbra cucite per protesta e sciopero della fame. Succede a Kasserine, in Tunisia, dove le proteste per rivendicare il diritto al lavoro proseguono ormai da circa 15 giorni. Passati i tempi degli scontri di piazza con la polizia, da oltre una settimana un gruppo di senza lavoro occupa una sala della sede del governatorato promettendo di restare finché non avrà risposte dal governo nazionale. A Kasserine, dove nei primi giorni di protesta alcuni giovani hanno tentato il suicidio provando a buttarsi giù dalla sede del governatorato, una quindicina di disoccupati ha intrapreso da tre giorni lo sciopero della fame e alcuni, almeno due, si sono cuciti la bocca. Uno di loro è Yosri Adjili, 25 anni, che si vede in foto.

La regione di Kasserine si trova nell’interno della Tunisia, vicino al confine con l’Algeria. È una delle più povere del Paese, Paese in cui ci sono evidenti differenze economiche fra le zone dell’interno e quelle costiere. Con un tasso di disoccupazione che si attesta al 30%, circa il doppio del dato nazionale, è stata fra le prime aree a unirsi alla rivoluzione contro Ben Ali partita il 17 dicembre del 2010 da Sidi Bouzid con il suicidio di Mohamed Bouazizi. Nella regione di Kasserine, protagonista del sanguinoso fine settimana di repressione dell'8-9 gennaio 2011, furono uccisi decine di martiri della rivoluzione, ma le istanze di allora sono rimaste disattese. E pochi mesi fa Kasserine ha presentato il suo dossier all’Instance Vérité et Dignité, cioè all’ente incaricato di gestire la giustizia di transizione, costituendosi ‘regione vittima’, cioè dichiarandosi una delle “regioni che hanno subito una marginalizzazione organizzata”, possibilità prevista la legge del 2013 sulla giustizia di transizione. C’è tutto questo dietro quei giovani che nei primi giorni di manifestazioni hanno provato a buttarsi giù dal tetto del governatorato di Kasserine, dietro chi digiuna dicendo ‘Datemi un lavoro o muoio’, dietro chi si procura ago e filo e - movimento dopo movimento - fa passare acciaio e cotone dentro la pelle per unire labbro superiore e inferiore.

La rivolta di Kasserine è partita dopo che il 16 gennaio un giovane diplomato disoccupato è salito su un palo della luce minacciando di buttarsi giù ed è morto fulminato. Il suo nome, Ridha Yahyahoui, era stato cancellato da una lista di 79 persone reclutate per posti di lavoro nel settore pubblico, presso il governatorato di Kasserine. La lista era stata manipolata - per corruzione denunciano in tanti - e Ridha esasperato non poteva accettarlo. La sua morte ha fatto scattare proteste in tutta la regione, che si sono poi estese a tutta la Tunisia. Le richieste: stop alla corruzione e ‘Lavoro, dignità, libertà’, stesso slogan intonato durante la Rivoluzione dei gelsomini del 2011 con cui fu cacciato Ben Ali. I nodi non sciolti vengono dunque al pettine, a cinque anni di distanza.

Una stabilizzazione della situazione non può non passare dalla via che queste richieste indicano. Il governo, salvo annunci senza scadenze precise, non ha dato finora risposte concrete e i giovani, ma anche i meno giovani, delle promesse sono stanchi. Pur definendo le proteste comprensibili e ribadendo il diritto a che si tengano, tuttavia, il presidente Beji Caid Essebsi ha evocato più volte lo spettro di Daesh e ha accusato non precisati estremisti di sinistra e di destra, nonché parte dell’islam politico, di averle alimentate. Che possano esserci stati infiltrati nelle proteste rispetto al nucleo originario, soprattutto nella loro fase più violenta, non si  può escludere; come d’altra parte non lo si può escludere in nessuna manifestazione che sfoci in violenza, in ogni parte del mondo. Ma le radici della contestazione restano. Il rischio di infiltrazioni terroristiche, paventato inizialmente dal governo, è stato molto ripreso dalla stampa italiana. Non così da quella straniera, che si è soffermata invece - a mio parere a ragione - più sui motivi della protesta. Non è un segreto che la Tunisia sia il Paese da cui proviene il maggior numero di combattenti che ingrossano le fila dello Stato islamico ma, come lo stesso premier tunisino Habib Essid ha detto a Davos, molti giovani entrano a fare parte di gruppi terroristici perché non hanno altre opportunità in Tunisia. La strada da seguire, dunque, pare chiara: non solo sicurezza, ma cominciare a lavorare sull’economia per appianare le diseguaglianze territoriali e offrire ai giovani prospettive, economiche e non solo. Una strada tutt’altro che facile visto che l’economia tunisina è in difficoltà e si regge da anni sul turismo, settore al quale gli attentati del 2015 (Bardo, Sousse e attacco al bus della Guardia presidenziale a Tunisi) hanno inferto un duro colpo. Difficile ma, come hanno dimostrato queste proteste sociali, ineludibile in una prospettiva di lungo termine.

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