Giovedì 10 Novembre 2016 - 18:00

In Usa piazze in rivolta contro Trump. Clinton: Pronta a collaborare con lui

Proteste in tutto il Paese da New York a San Francisco

Usa2016, proteste contro Trump nelle principali città degli Stati Uniti

Donald Trump, eletto come 45esimo presidente degli Stati Uniti d'America, ha vinto la sfida delle presidenziali inaspettatamente, contro quasi tutti i sondaggi, contro coloro che lo davano come candidato improbabile, contro chi non poteva credere che la donna delle istituzioni Hillary Clinton, appoggiata da gran parte dello star system americano, dai media, dai leader internazionali, potesse uscire sconfitta. Il repubblicano ha conquistato 290 grandi elettori, aggiudicandosi la vittoria in 29 Stati. Hillary si è fermata a 222 grandi elettori, con la vittoria in 18 Stati e nel distretto di Columbia. Per arrivare alla Casa Bianca, il candidato doveva raggiungere almeno 270 grandi elettori. Il partito repubblicano mantiene anche il controllo del Congresso, sia alla Camera sia al Senato. "Che serata bella e importante! Uomini e donne dimenticati non lo saranno mai più. Saremo tutti uniti come mai prima di adesso", ha scritto su Twitter Donald Trump, dopo la vittoria nelle elezioni.

Trump intanto avrebbero cominciato a stilare la lista con i nomi della nuova amministrazione. Secondo una fonte vicina alla campagna, le scelte ricadrebbero su figure repubblicane che hanno sostenuto con entusiasmo la candidatura del magnate. Tra questi figura l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, come ministro della Giustizia, il capo del Comitato nazionale repubblicano (Rnc) Reince Priebus, come capo di stato maggiore.

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NOT MY PRESIDENT. Da New York a San Francisco, passando per Seattle e Chicago decine di migliaia di persone sono scese in piazza con la scritta "Not my president". Proteste anche sotto la Trump Tower. Alcuni hanno anche bruciato maschere ed effigi che rappresentavano il volto del nuovo presidente. Secondo i media locali, almeno 30 persone sono state arrestate a Manhattan.

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LA VITTORIA DA OHIO A PENNSYLVANIA. La partita delle presidenziali Usa si è giocata tutta negli Stati chiave, quelli che erano in bilico e che si sono dimostrati necessari alla vittoria finale. In particolare si tratta di cinque Stati dove il partito democratico con la sua candidata Hillary Clinton ha perso la leadership a favore del repubblicano Donald Trump, rispetto alle elezioni del 2012. Tra i più importanti l'Ohio, primo step che aveva aperto la strada alla rielezione di Barack Obama, valido per 18 grandi elettori. Qui il presidente uscente aveva ottenuto il 50,1% dei consensi, mentre Clinton non è andata oltre al 43,5%, lasciando spazio a Trump che ha sfondato, con il 52,1% delle preferenze. Eppure proprio su questo Stato la candidata democratica aveva puntato per uno degli ultimi eventi della campagna elettorale, a Cleveland, al fianco della star dell'Nba LeBron James. Così come lo stesso Obama a ottobre era sceso in campo per Hillary con una serie di comizi volti a far recuperare terreno alla ex segretaria di Stato. Nessun repubblicano aveva mai vinto le elezioni senza conquistare questo Stato e Trump ha confermato la regola: se si vince in Ohio si vince nel Paese.  

Ci sono stati poi i ribaltoni dell'Iowa (6 grandi elettori), dove Clinton non è andata oltre il 42,3% (contro il 51,7% di Trump) e dove in realtà i sondaggi non le sono stati molto favorevoli, e del Wisconsin (10 grandi elettori), Stato in cui Obama aveva ottenuto il 52,8% e Trump ha invece rovesciato la maggioranza, arrivando al 47,9% (contro il 46,9% di Clinton). Fondamentale per l'andamento del voto è stata anche la vittoria del magnate in Florida (29 grandi elettori), uno degli Stati più controversi, con una composizione demografica molto complessa che va dai numerosi immigrati portoricani e cubani alle aree popolate prevalentemente da pensionati bianchi. Qui i sondaggi davano Clinton in lievissimo vantaggio, ma il candidato repubblicano ha ottenuto il 49,1%, contro il 47,7% dell'ex segretaria di Stato.

Se in Nevada e in Minnesota Clinton è riuscita ad avere la meglio, non è stato comunque abbastanza. Soprattutto di fronte a quella che forse è stata la più scottante debacle: la Pennsylvania (20 grandi elettori). Proprio qui, a Philadelphia, la democratica aveva deciso di tenere uno degli ultimi importanti eventi della campagna elettorale, la sera di lunedì, al fianco di Barack e Michelle Obama e di star della musica internazionale come Bruce Springsteen e Jon Bon Jovi. Ma a nulla è servito, nonostante ancora una volta buona parte dei sondaggi la desse in vantaggio. Nelle prime ore della mattinata italiana lo scenario è diventato chiaro: la Pennsylvania era repubblicana e la strada per la Casa Bianca era ormai decisa.

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HILLARY E LA SCONFITTA. "È doloroso e lo sarà per molto". Così Hillary Clinton, sorridente e commossa, ha ammesso la sua sconfitta nelle presidenziali, vinte dal repubblicano Donald Trump, a cui ora "dobbiamo concedere l'opportunità di governare il Paese".

"Non è il risultato che volevamo e mi dispiace che non abbiamo vinto. Sono orgogliosa e grata di questa campagna che abbiamo costruito insieme. Essere il vostro candidato è stato uno dei maggiori onori della mia vita", ha esordito la candidata democratica parlando alle centinaia di sostenitori riuniti nella ballrom dell'hotel New Yorker a New York. Ma, ha continuato, "se voi amate l'America come me dobbiamo accettare il risultato e permettere a Trump di guidare il Paese. Ora lui è il nostro presidente". Un appello all'unità il suo, accompagnato dalla volontà di collaborare "in nome del nostro Paese". "La notte scorsa ho fatto le congratulazioni a Donald Trump per la vittoria e gli ho offerto la nostra collaborazione", ha spiegati ai presenti. Accanto a lei il marito Bill Clinotn e la figlia Chelsea.

Hillary ha ribadito così di non voler mettere in dubbio il risultato delle urne confidando nel fatto che Trump sarà "un presidente per tutti gli americani". E per questo, ha difeso l'importanza di una transizione pacifica del potere da Barack Obama a Trump chiedendo ai suoi di rispettare questo principio sancito dalla Costituzione. Ma, tuttavia, ha esortato i democratici a iniziare a lavorare per recuperare il consenso del Paese e per portare avanti i punti chiave della sua campagna: "La nostra responsabilità come cittadini è quella di continuare a lavorare per costruire un'America migliore, più forte e più giusta".

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OBAMA E USA PIU' FORTI. Oltre alla chiamata di Clinton, il neo-presidente ha ricevuto le congratulazioni da parte di Obama, che lo ha invitato alla Casa Bianca per discutere della transizione. "Tutti sono tristi quando si perde, ma il giorno dopo dobbiamo ricordare che siamo una squadra sola. Non siamo democratici o repubblicani, prima di tutto siamo americani e patrioti che vogliono il meglio per il Paese", ha dichiarato il presidente Barack Obama commentando le elezioni presidenziali. "Ho detto al mio team - ha aggiunto - di tenere la testa alta perchè abbiamo fatto un lavoro fantastico giorno dopo giorno per lasciare il Paese più forte rispetto a quello di anni fa. Che si vinca o si perda questa era la nostra ambizione. Ora l'America è più forte di otto anni fa". Il presidente ha precisato: "Ho parlato con Trump per congratularmi e l'ho invitato alla Casa Bianca per parlare di una transizione di successo. Non è un segreto che il presidente eletto e io siamo diversi, ma anche otto anni fa anche io e Bush eravamo diversi. Ma c'è stata una transizione tranquilla per portare avanti il Paese ed è questo l'esempio da seguire. Una transizione pacifica è la pietra miliare del nostro Paese".

LE REAZIONI IN ITALIA. Matteo Salvini brinda alla vittoria di Donald Trump, Beppe Grillo parla di un 'vaffa' pazzesco. Renzi augura buon lavoro e come l'Alto rappresente Ue Mogherini sostiene che l'amicizia con gli Usa continuerà forte e solida.

"Se c'è un elemento positivo di questa campagna è che abbiamo avuto la prova provata che i sondaggi non ne azzeccano una. Sarebbe bello se si avverasse anche in futuro", ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi nel corso di #Matteorisponde in diretta su Facebook a proposito delle elezioni Usa. "

"È pazzesco. Questa è la deflagrazione di un'epoca. È l'apocalisse dell'informazione, della Tv, dei grandi giornali, degli intellettuali, dei giornalisti. Questo è un 'Vaffanculo' generale. Trump ha fatto un VDay pazzesco", scrive sul suo blog Beppe Grillo. "Questa è la prova che questi milioni di demagoghi non sono le persone, ma sono i giornalisti, gli intellettuali, ancorati ad un mondo che non c'è più. Lo abbiamo visto con il nostro MoVimento". E dice ancora: "Ci sono delle similitudini fra questa storia americana e il MoVimento". 

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