Mercoledì 03 Agosto 2016 - 21:45

Pakistano espulso guardava per ore video di propaganda dell'Isis

Farooq era anche un campione azzurro di cricket ma quella del ragazzo ben inserito era solo una maschera

Terrorismo, pakistano espulso guardava per ore i video di propaganda dell'Isis

Quando non lavorava come magazziniere da Decathlon, passava tre o quattro ore davanti al computer a guardare video di propaganda dell'Isis. Durante la settimana, invece, le "sessioni" si riducevano a due o tre ore di filmati. Era questa la routine quotidiana di Aftab Farooq, il pakistano di 26 anni residente a Vaprio d'Adda, espulso venerdì scorso proprio per la sua adesione all'Isis. Da un anno a questa parte, Farooq si stava radicalizzando e in particolare da dicembre scorso quella di partire per la Siria e arruolarsi nelle file del Daesh per lui era diventata una vera e propria ossessione. Lo provano le ore passate su internet sui siti di propaganda estremista e il giuramento di fedeltà al Califfato, pronunciato sempre davanti al suo pc. La sua volontà di partire dilagava anche nelle conversazioni con la moglie, una 22enne pakistana arrivata in Italia tre anni fa, che lui obbligava a indossare il burqa. Ai figli di alcuni parenti aveva mostrato una cartina della Siria e quando i bambini gli avevano chiesto spiegazioni, aveva detto che doveva "andare là a combattere".

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Progetto che per il momento non era ancora riuscito a mettere in atto, anche se da mesi stava tentando di organizzare viaggi in alcune "zone calde", da dove passare in Siria. Due anni fa aveva visitato l'Iran con la moglie, a Pasqua era stato a Istanbul per una decina di giorni, forse per incontrare qualcuno che avrebbe potuto farlo arrivare a Damasco. Per non insospettire la polizia turca, era partito con la moglie, aveva prenotato diversi hotel in Turchia e un volo andata e ritorno da Milano. Il progetto, però, era fallito, e Aftab era tornato alla sua vita di sempre, intrappolato tra la sua educazione occidentale - era in Italia da 13 anni, aveva studiato da geometra e aveva frequentato anche un paio d'anni di Architettura, prima di convertirsi all'Islam radicale - e il suo fervore religioso. Tra i piani, anche quello naufragato all'ultimo momento di andare in Bosnia alla ricerca dei campi di addestramento del Daesh, per poi chiedere di unirsi ai combattenti di Al Baghdadi, e quello di fare un viaggio in India, per il quale stava ancora aspettando il visto. I suoi tentativi di avvicinare esponenti dell'Isis passavano anche dai social network. Il 26enne, infatti, aveva trai suoi amici di Facebook anche  Oussama Khachia, il marocchino 31enne che abita a Brunello (Varese), espulso dall'Italia nel gennaio 2015 e morto poco tempo dopo in Siria, combattendo per il Califfato.

Il fratello Abderrahmane, 23 anni, è stato arrestato nell'aprile scorso insieme ad altre persone, tra cui il pugile marocchino Abderrahim Moutaharrik e la moglie Salma Bencharki, che volevano andare a Damasco, portando con se i figli di 2 e 4 anni. Tra gli amici di Farooq, c'era anche Ibrahimi Bledar, albanese espulso dall'Italia alcuni mesi prima, legato a sua volta a Maria Giulia Sergio.

Progetti che la moglie, molto più moderata, non condivideva. Aftab, da quanto è emerso dalle indagini, la picchiava, faceva pressioni su di lei per convincerla a seguirlo. E quando lei lo invitava da andare in pellegrinaggio alla Mecca, invece di aspirare a una morte da "martire", le rispondeva che in Siria "la gente sta morendo, stanno morendo i musulmani e bisogna fare la jihad, che è più importante di tutto", anche della propria famiglia. Non lo spaventava l'idea di lasciarla in Italia da sola: "Tu - le diceva - tanto non verrai con me. Starai con qualche kafir (infedele, ndr.), ma io vado perché la jihad è più importante di tutto". Il rapporto con lei si era fatto più burrascoso, da quando Aftab era sempre più ossessionato dal desiderio di partire o di colpire alcuni obiettivi in Italia, tra cui l'aeroporto bergamasco di Orio al Serio e un'enoteca a Vaprio d'Adda, che chiamava "la fabbrica di whiskey". Il 26enne esprimeva anche il suo odio per i militari, che erano tra i possibili bersagli. A casa sua, però, nel corso delle perquisizioni del 27 luglio scorso, non sono state trovate armi.

Quella del campione di cricket, ragazzo tranquillo e ben inserito, era ormai solo una maschera che indossava in compagnia dei suoi conoscenti italiani. Al telefono con gli amici della zona o del Kingsgrove Club, il circolo di Milano dove giocava fin da bambino, si mostrava critico nei confronti degli estremisti islamici. Una volta finita la telefonata, però, emergeva il suo lato fanatico e radicale e manifestava tutta la sua rabbia verso l'Occidente e i musulmani moderati. Segnali che hanno spinto gli investigatori ad accelerare l'intervento.

Scritto da 
  • Benedetta Dalla Rovere
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