Sabato 14 Aprile 2018 - 16:15

Siria, foreign fighters italiani con le Ypg: "La vera guerra è ora"

Il racconto di Paolo e Riccardo, combattenti italiani da due settimane nel Rojava per lottare al fianco della milizia curda

Paolo e Riccardo, combattenti italiani da due settimane nel Rojava per lottare al fianco dell'Ypg

"Purché si parli della guerra siriana e il meno possibile della nostra storia". Rifuggono dal protagonismo, Paolo e Riccardo, combattenti italiani da due settimane nel Rojava per lottare al fianco dell'Ypg, la milizia curda della popolazione a nord della Siria. Paolo Andolina 'Pachino', 27 anni, siciliano della provincia di Siracusa e attivista a Torino, professione cuoco, nome di battaglia 'Azadi'; Riccardo, 29 anni di Milano, giardiniere, in Siria 'Botan'. Sorridono stretti nelle loro uniformi mimetiche e iniziano a raccontare. Hanno lasciato l'agiatezza di una vita seppur precaria per unirsi alla chiamata internazionale alle armi a difesa della rivoluzione nata 7 anni fa e nutrita dalle idee del leader del popolo curdo Ocalan.

Come avete appreso la notizia dell'attacco degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria?

PAOLO. L'ho saputo finito il turno di guardia. Sinceramente non me lo sarei aspettato. Anche se non hanno voluto colpire direttamente la Russia, è un avvertimento a loro, e credo che tutti gli stati, in primis gli Usa, stiano scherzando con la guerra. Sembra strano ma quando si è qua certe notizie arrivano come se nulla fosse, e pensi: 'Vabbè un altro attacco'. Qualche anno fa si pensava che la vera guerra sarebbe scoppiata dopo la sconfitta dell'Isis. E' quanto sta accadendo, al costo di migliaia di civili uccisi. Noi rivoluzionari continueremo a lottare per l'uguaglianza tra popoli.

Come valutate l'intervento americano?

RICCARDO: Non è un appoggio al cento per cento, è di facciata. Gli Stati Uniti hanno bisogno di basi nel nord della Siria, soprattutto per contrastare l'Iran. Se trovano un accordo migliore, economico e logistico, con la Turchia, che è loro partner Nato, gireranno le spalle ai curdi.

Paolo, lei per la seconda volta in un anno e mezzo è in Rojava. Com'è la situazione?

PAOLO. Da 7 anni la Siria è tormentata da guerre etniche e religiose. Il 20 gennaio è partita l'operazione contro il cantone di Afrin e dal 18 marzo Afrin è occupata dalle truppe jihadiste e dall'esercito turco. Le case e le città sono state saccheggiate, i servizi distrutti. Il cantone, su proposta della Turchia, sta per essere annesso alla provincia di Atay, e le milizie jihadiste diventeranno la polizia del cantone. Se prima il nemico era l'Isis, adesso ha cambiato solo nome e si è presentata la seconda faccia della medaglia, cioè la Turchia, che appoggia i gruppi jihadisti. Nonostante l'occupazione militare la resistenza continua.

Come si resiste oggi?

PAOLO. Nel cantone di Afrin è cambiata la tecnica di guerra dello Ypg: per evitare un massacro della popolazione, non è più uno scontro frontale contro l'esercito turco e le bande jhadiste, ma si tratta di attacchi di guerriglia, una sorta di mordi e fuggi per creare panico finché il nemico non va via. A Afrin e in Rojava a combattere l'invasione turca, oltre a Ypg e Ypj, c'è l'International Freedom Battallion, gruppi internazionalisti a cui partecipano formazioni dei partiti marxisti e leninisti turchi e anarchici.

In quali condizioni vive la popolazione?

PAOLO. Chi prima era ad Afrin adesso si trova in un pezzo di territorio chiamato 'cantone di Sheba', a nord di Aleppo, dove ancora molti gruppi combattono. Parlo di 200mila persone, sempre sotto minaccia e in campi profughi allestiti dalla mezzaluna rossa. In questo momento ci si prepara a un possibile attacco da parte della Turchia nella città di Manbij, che si trova a Ovest, oltre l'Eufrate, e sono tutti pronti a resistere non arretrando di un centimetro. Naturalmente, oltre alla guerra e alla resistenza, la vita quotidiana va avanti: la popolazione cerca di autorganizzarsi e autogestirsi. La società civile si amministra in piccoli comuni, base della rivoluzione del Rojava, e ogni comune ha delle commissioni interne, all'istruzione, alla sanità, all'agricoltura, per il fabbisogno delle famiglie. Una delle difficoltà maggiori è la chiusura delle frontiere: da ogni parte è impossibile raggiungere il Rojava, se non per vie illegali.

Cosa chiedete all'Italia e all'Europa?

RICCARDO. Fare pressione sulla comunità internazionale affinché questa guerra finisca e che cessino i finanziamenti alle fabbriche di armi, anche con azioni di boicottaggio. La speranza del Rojava è una società egualitaria, ecologica e contro il patriarcato, cioè l'unica proposta di pace per la Siria e tutto il Medioriente.

Per quale motivo siete in Siria a combattere?

PAOLO: La guerra che è scoppiata ad Afrin è uno dei motivi che mi ha fatto tornare. Ho scelto di stare all'interno dello Ypg per lottare in prima persona a difesa della rivoluzione e per andare a Manbij, prossimo obiettivo dell'esercito turco. RICCARDO: Seguo la questione curda da anni. Penso che, non avendo mai avuto voce in capitolo, il popolo curdo sia una delle tante popolazioni che ha subito e sofferto le decisioni degli stati altrui. Non volevo essere indifferente a me stesso, bensì partecipe a questa rivoluzione che, ovviamente, comporta scelte difficili. Mi sono caricato delle mie responsabilità e ho fatto le mie scelte, partendo.
 

Scritto da 
  • Ester Castano
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