Sabato 14 Febbraio 2015 - 10:00

San Valentino, lo sfruttamento in Kenya dietro rose vendute in Europa

I lavoratori raccolgono fiori per 16 ore al giorno ma vengono pagati solo tre euro

San Valentino, lo sfruttamento in Kenya dietro rose vendute in Europa

Regalare una rosa per San Valentino è da sempre considerato un gesto galante, quasi dovuto nella festa degli innamorati. Molto meno idilliaca la storia che c'è dietro quella rosa. I fiori che circolano in Europa intorno al 14 febbraio provengono infatti per la maggior parte dal Kenya, dove migliaia di persone li raccolgono per 16 ore al giorno venendo pagate solo tre euro. "Stanno sfruttando la popolazione del Kenya e distruggendo la nostra terra", ha dichiarato a Efe l'ecologista e attivista keniano Isaac Ouma, che negli ultimi decenni ha assistito a come la regione di Naivasha, in cui è nato, si sia trasformata nel nome di un solo obiettivo: coltivare fiori da inviare in Europa.

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Al momento, il 90% dei fiori che crescono nella regione viene esportato e il Kenya è divenuto il principale fornitore del vecchio continente, davanti a Etiopia, Ecuador e Messico. Le sponde del lago Naivasha, l'unico d'acqua dolce nella regione della Rift Valley, sono una zona perfetta per la floricoltura, grazie al clima e all'altitudine. L'industria della coltivazione di fiori si espande di anno in anno e sta diventando uno dei pilastri dell'economia del Kenya: il valore delle esportazioni ha superato i 440 milioni di euro nel 2013 e la forza lavoro è composta principalmente da donne. Tutto questo ha però un lato negativo: l'eccessivo sfruttamento del suolo, in cui sono piantate anche le coltivazioni su cui si basa il sostentamento della popolazione.

 

"In Kenya riceviamo donazioni di cibo dal World Food Programme nonostante abbiamo un lago d'acqua dolce che ci permetterebbe di coltivare alimenti. Tuttavia preferiamo usare l'acqua per coltivare fiori e mandarli in Europa. È immorale", ha proseguito Ouma. Ora nella regione è quasi impossibile incontrare una persona che non lavori in una serra. "Non abbiamo altre opzioni, nessun altro lavoro", ha confessato una donna di 29 anni che raccoglie fiori ormai da sette e che ha voluto rimanere anonima per timore di perdere il posto. Sebbene le imprese di raccolta garantiscano un salario minimo di circa 7mila scellini al mese (circa 67 euro) i lavoratori denunciano le condizioni in cui si trovano. "Normalmente lavoriamo dieci ore al giorno, ma nelle ultime settimane siamo arrivati fino a 16. E il salario è rimasto lo stesso. Non è giusto, ma non abbiamo un'alternativa", ha aggiunto.

 

John, che da due anni fa il camionista per le serre, fa parte del sindacato dei lavoratori e lotta per migliorare la situazione. "È molto ingiusto. Sto già cercando un altro lavoro, ma non trovo niente. Allora cerco di fare qualche lavoretto extra per mantenere la mia famiglia", ha raccontato. Lo sfruttamento della floricoltura porta anche danni di natura ambientale: deforestazione, riduzione del livello dell'acqua nel lago, aumento delle baraccopoli e inquinamento da fertilizzanti e pesticidi. A farne le spese è la comunità locale: le attività di pesca si sono ridotte e le condizioni per l'allevamento e l'agricoltura sono sempre peggiori.

 

Viste le critiche, le compagnie di coltivazione dei fiori hanno avviato dei meccanismi per mitigare il loro impatto, come ad esempio un sistema di riciclaggio dell'acqua che riutilizza fino al 30% delle riserve idriche usate la floricoltura. Tuttavia l'ottimismo verso un cambiamento è scarso, come sottolinea John: "Possono anche dire di rispettare i diritti dei lavoratori e l'ambiente, ma la realtà è un'altra".

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  • redazione web
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