Mercoledì 06 Aprile 2016 - 08:15

Caso Regeni, anonimo a Repubblica: Ecco chi ha ucciso Giulio

Sequestrato dal generale Khaled Shalabi, torturato e poi, informato Al Sisi, trasferito ai Servizi segreti militari dove morirà

Manifestazione per Giulio Regeni davanti l'Ambasciata di Egitto

 "L'ordine di sequestrare Giulio Regeni è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza", il distretto in cui Giulio scompare il 25 gennaio. Lo sostiene una fonte anonima nelle pagine dell'edizione odierna di 'La Repubblica' che presenta un retroscena sul caso dal titolo "Ecco chi ha ucciso Giulio". Lo stesso ufficiale - spiega il quotidiano - con alle spalle una condanna per torture che, dopo il ritrovamento del cadavere, accrediterà prima la tesi dell'incidente stradale e quindi quella del delitto a sfondo omosessuale. "Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza Nazionale". E "fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per ventiquattro ore".

OGGI Egiziani a Roma: tutto pronto per riunione inquirenti

INFORMATO AL SISI. Interrogato per conoscere "la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando", Regeni viene torturato. Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora - ricostruisce la fonte anonima - che il ministro dell'Interno decide di investire della questione "il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l'ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro". È una decisione che segna la sorte di Giulio. "Perché i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale ".
 

SOTTOPOSTO A WATERBOARDING. Giulio, spiega la fonte anonima su La Repubblica, "viene colpito con una sorta di baionetta" e "gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati" e non gli avrebbero risparmiato "violenze sessuali, senza pietà, coscienza, clemenza". "Una sorta di baionetta". È un secondo, importante dettaglio. Corroborato, anche questo, dal tipo di lesioni da taglio sin qui non divulgati dell'autopsia effettuata in Italia. Regeni entrerà in uno stato di incoscienza. "Quando si svegliava, minacciava gli ufficiali del Servizio militare dicendogli che l'Italia non lo avrebbe abbandonato. La cosa li fece infuriare e ripresero a picchiarlo ancora più violentemente".

MAIL A PM COLAIOCCO. Delle mail della fonte anonima, specifica 'La Repubblica', sono in possesso il pm Sergio Colaiocco e il legale della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini. Dopo la sua morte, sempre secondo quello che sostiene l'anonimo, "Giulio viene messo in una cella frigorifera dell'ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne". La "decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell'Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja", nelle stesse ore in cui il ministro Guidi arriva al Cairo chiedendo conto della scomparsa di Regeni.

RAIMONDI: CASO GRAVISSIMO.  Il caso Regeni è "gravissimo". A dirlo, in un' intervista a Repubblica, è Guido Raimondi, giudice italiano che dal primo novembre scorso guida la Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Tra i tanti casi affrontati, spiega, "non ce n'è uno così grave. Ci sono stati episodi di violenza poliziesca in vari Paesi, anche in Francia e in modo più intenso in Turchia, ma mai con dei morti. Almeno a questo, in Europa, non siamo arrivati". "Ovviamente la Convenzione europea dei diritti dell'uomo non si applica all'Egitto", afferma. "Nella Convenzione il divieto della tortura occupa un ruolo centrale. Si potrebbe pensare che i Paesi europei ne siano immuni, ma non è così, tant'è che anche l'Italia è stata condannata per tortura sia nel noto caso della Diaz e per quello di Abu Omar".

 

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