Mercoledì 06 Luglio 2016 - 08:45

Referendum, Renzi tra mal di pancia Pd e Ap. Italicum, si tratta

Il premier starebbe valutando la possibilità di rimettere sul tavolo il premio alla coalizione

Referendum, Renzi tra mal di pancia Pd e Ap. Italicum, si tratta

Dopo quello ottenuto dagli industriali, Matteo Renzi incassa anche il sì degli artigiani alle riforme costituzionali ("senza, l'Italia è destinata al declino" dice il presidente Cna, Daniele Vaccarino che invita a non "scivolare nel fondo delle occasioni mancate"). A due giorni dalla citazione indiretta fatta nel corso della direzione Pd, poi, al presidente del Consiglio arriva il rinnovato sostegno del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano che 'chiama' alla battaglia di ottobre "la grande maggioranza dei cittadini" affinché "non faccia finire nel nulla gli sforzi fatti dal Parlamento" e quella riforma con cui, sottolinea, si è "rotto la testa" per i nove anni trascorsi al Quirinale.

Le buone notizie per il premier, però, finiscono qui. La direzione non ha risolto gli attriti interni al Pd, anzi. Tra i caminetti della minoranza dem, l'analisi del giorno dopo è impietosa: Renzi - è il ragionamento - ha continuato "a dipingere cieli azzurri e prati fioriti", "a suonare la fanfara" sul Jobs act e sul "cantiere sociale più grande d'Europa come dice lui", (ma gli italiani "non ne vedono i risultati"), a mettere in campo "una prova di muscoli incomprensibile" sul referendum piuttosto che decidere di "aprire un dialogo" (a partire dall'Italicum) per provare a "tenere unito il Pd" nel sì alle riforme, convincendo a cambiare idea chi fin qui è orientato a votare no. Nessuna decisione ufficiale è stata presa, viene spiegato, ma l'orientamento, a maggior ragione dopo la bocciatura dell'ordine del giorno presentato da Roberto Speranza per chiedere "piena cittadinanza" nel partito a chi sostiene le ragioni del no, ("Voglio sapere se a giudizio di Renzi se uno del Pd che vuol votare 'no' è ancora del Pd o no", chiede Bersani) sarebbe quello di bocciare le riforme al referendum. In caso di sconfitta, è la certezza, Renzi dovrebbe lasciare la segreteria Pd, assumendosi tutte le responsabilità senza cercare alibi o addossare la disfatta "a gufi, boicottaggi, o storytelling altrui", come fatto fino a ieri sulle amministrative. Perché - spiega un esponente della minoranza - "noi gli schiaffoni li prendiamo, ma fino a un certo punto".

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La linea del Governo, la direzione di lunedì lo ha confermato, non cambia. "Il referendum è decisivo, siamo di fronte a un bivio: una strada o l'altra, un sì o un no", ribadisce il ministro Maria Elena Boschi. "E' una questione di serietà, di responsabilità" prima ancora che di merito, spiega un parlamentare dem vicino al premier, che accusa Speranza e compagni di usare il referendum "per combattere altre battaglie". "O la politica si autoriforma o è finita, non c'è un'alternativa - è il refrain del dopo direzione - non c'entra il combinato disposto con la legge elettorale". Nessuno caccerà nessuno, viene assicurato, ma non è "serio", dopo "aver votato la riforma per ben sei volte in Parlamento", chiedere "piena cittadinanza" per il 'no' con un ordine del giorno.

Da giorni poi, ormai, i 'mal di pancia' che Renzi si trova a dover affrontare non vengono solo dalla minoranza dem. Le fibrillazioni all'interno dell'alleato di Governo sono "forti e reali" e per arrivare 'uniti' al referendum il premier starebbe valutando la possibilità di rimettere sul tavolo il premio alla coalizione, caro ad Ap. Il premier, spiega una fonte centrista, "sta giocando su troppi tavoli. Prima prova con Verdini, poi si accorge che non va e aspetta che Berlusconi esca dall'ospedale per riprovarci con lui, bistrattando chi per due anni e mezzo a combattuto le sue stesse battaglie". I malumori dei centristi, viene spiegato, si registrano per lo più a palazzo Madama dove il Governo è più a corto con i numeri. Sarebbero circa una decina i senatori a puntare il dito contro Renzi. Il gruppo, che conta 31 senatori, sarebbe spaccato in tre: chi è contro il premier, chi si fida di Alfano ed è disposto ad andare avanti nella speranza che il premio alla coalizione inserito nell'Italicum faccia di Ap la "costola naturale" del Pd e chi "rimane alla finestra a guardare per capire dove andare". Il ministro dell'Interno riuscirà a tenere insieme i suoi fino al referendum, scommettono i più: se qualcuno dovesse lasciare Ap, qualcun altro dal gruppo misto entrerà in maggioranza. "Perché finché sono 315 - scherza un senatore - le poltrone a palazzo Madama è sempre meglio tenersele".

Scritto da 
  • Nadia Pietrafitta
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