Lunedì 31 Luglio 2017 - 09:45

Codice di comportamento in mare per le Ong. Oggi si decide

Incontro alle 16. Un decalogo che regola il comportamento per i salvataggi dei migranti. Trasbordi e polizia a bordo le questioni "calde"

Migranti, salvate 500 persone al largo della Libia

Un codice di comportamento per le Ong impegante nel salvataggio dei migranti. Le regole all'interno della quali, dopo le polemiche dei mesi scorsi, potranno continuare ad operare per strappare al mare tante vite innocenti. Oggi pomeriggio (alle 16), se tutto andrà bene, al Ministero degli Interni, ci sarà la firma dell'accordo che fissa le nuove regole. Ma in questa storia non c'è quasi nulla di scontato perché la firma potrebbe anche non esserci o esserci solo per una parte delle nove Ong impegnate in questo genere di operazioni umanitarie.

Come è noto, le Ong si sono trovate nell'occhio del ciclone, accusate da alcune forze politiche (M5S in testa) e da alcuni rapporti internazionali di "andarsi a cercare" i migranti quasi sulle coste libiche, di mettersi d'accordo con gli scafisti finendo per diventare un terminale della "catena" che porta in Europa i disperati del continente africano.Lo scopo di questi comportamenti sarebbero, nella migliore delle ipotesi, farsi belli e acquisire benemerenze internazionali e, nella peggiore, biecamente economici. Le Ong hanno sempre risposto che loro badano solo a salvare vite umane e che senza di loro migliaia di persone in questi anni sarebbero morte. Il governo italiano ha chiara l'importanza del loro ruolo ma riconosce la necessità di una regolamentazione all'interno della quale riprendere l'operatività.

A metà luglio è uscito un primo regolamento che le Ong (le principali sono: Medici senza Frontiere, Save the Childfren, Moas, Sea Watch) hanno rispedito al mittenmte giudicandolo troppo restrittivo. Sulla pratica si è molto speso il ministro degli Interni Marco Minniti e, nei giorni scorsi, è arrivato un nuovo testo che è, più o meno, il seguente:

Codice di condotta per le Ong impegnate nelle operazioni di salvataggio in mare  

La pressione migratoria nei confronti dell’Italia non accenna a diminuire ed anzi risulta ancora più imponente rispetto allo scorso anno, così come riconosciuto dalle Istituzioni dell’Unione europea e dai suoi Stati membri. In questo quadro, la tutela della vita umana e dei diritti delle persone è l’obiettivo principale delle Autorità italiane nel soccorso in mare dei migranti, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali e, tuttavia, il salvataggio non può essere disgiunto da un percorso di accoglienza sostenibile e condiviso con gli altri Stati membri, conformemente al principio di solidarietà di cui dall’art. 80 Tfue. 

Le Autorità italiane e le firmatarie ONG che svolgono attività SAR, condividono, pertanto, l’esigenza di prevedere una specifica regolamentazione dei complessi interventi di soccorso nel Mar Mediterraneo, in osservanza del presente Codice di condotta, anche a salvaguardia della sicurezza dei migranti e degli operatori. Le ONG firmatarie s’impegnano, quindi, al rispetto delle prescrizioni di seguito indicate, così come condivise anche a livello di Unione europea.  

Divieto assoluto di ingresso delle ONG nelle acque libiche: al riguardo il riferimento va fatto alle acque territoriali libiche ove si può giungere solo in caso di evidente situazione di pericolo della vita umana in mare;

Obbligo di non spegnere i trasponder di bordo;

Obbligo di non effettuare comunicazioni telefoniche o segnalazioni luminose per agevolare la partenza e l’imbarco di natanti di migranti: con l’evidente intento di non facilitare il contatto con i trafficanti.

Obbligo di non effettuare trasbordi su altre navi, italiane o appartenenti a dispositivi internazionali, salvo una conclamata situazione di emergenza: le imbarcazioni delle ong, dopo aver effettuato l’eventuale soccorso, dovranno completare l’operazione conducendo gli stessi nel porto sicuro.

Obbligo di non ostacolare le operazioni di search & rescue della Guardia Costiera libica: con l’evidente intento di lasciare il controllo di quelle acque alla responsabilità delle autorità territorialmente preposte.

Obbligo di accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria per le indagini collegate al traffico degli esseri umani: consentendo l’accesso a bordo dei propri assetti navali, del personale di polizia che svolgerà le preliminari attività conoscitive e di indagine, anche a seguito di specifiche indicazioni da parte dell’Autorità Giudiziaria.

Obbligo di dichiarare, coerentemente ai principi di trasparenza, le fonti di finanziamento dell’attività di soccorso in mare.

Obbligo di comunicazione dell’avvistamento e del successivo intervento in corso all’MRCC del proprio Stato di bandiera affinchè lo stesso sia informato dell’attività in cui è impegnata l’imbarcazione e possa assumersene la responsabilità anche ai fini della maritime security.

Obbligo di possesso della certificazione attestante l’idoneità tecnica alle attività di soccorso: si tratta della certificazione sia di classe per i servizi speciali secondo i pertinenti regolamenti degli enti riconosciuti (recognized organizations), come richiesta anche alle unità di bandiera italiana, per le navi commerciali e non, dedicate in via non occasionale al servizio di ricerca e soccorso, nonché dei certificati previsti dalla propria legislazione nazionale oltre a quello contemplato dalla maritime security ai sensi dell’ISPS CODE.

Obbligo di leale collaborazione con l’Autorità di Pubblica Sicurezza del luogo di sbarco dei migranti: tale obbligo, si estrinsecherà, a titolo esemplificativo e non esaustivo, in un impegno a fornire – con un anticipo di almeno due ore dall’arrivo in porto i documenti che verranno compilati durante le fasi di soccorso e tragitto verso il porto, dopo avere posto in essere le primarie attività assistenziali, ovvero il “maritime incident report” – documento riassuntivo dell’evento ed il “sanitary incident report” – documento riassuntivo della situazione sanitaria a bordo.

Obbligo di trasmettere tutte le informazioni di interesse info-investigativo alle Autorità di Polizia italiane con contestuale consegna, di iniziativa e su richiesta, di ogni oggetto potenzialmente idoneo a costituire prova o evidenza di fatto illecito.

La mancata sottoscrizione del presente Codice di condotta o il mancato rispetto degli obblighi in esso previsti, potrà comportare il diniego da parte dello Stato italiano dell’autorizzazione all’ingresso nei porti nazionali, fermo restando il rispetto delle convenzioni internazionali vigenti. 

Questa nuova versione sembra più accettabile per le Ong che, però, hanno posizioni diverse: Save the Children appare più disponibile, Medici Senza Frontiere ha un atteggiamento più critico e Sea Watch è ancora fortemente contrario.

I principali punti di dissenso sono la questione del divieto di trasbordo che le ong contestano perché ostacolerebbe le operazioni di salvataggio e la polizia giudiziaria a bordo perché indebolirebbe l'immagine d'indipendenza dai governi di cui le Ong fanno una vera e propria bandiera. Altre questioni minori riguardano i certificati d'idoneità (compresa la trasparenza delle fonti di finanziamento) e i rapporti con la guardia costiera libica.

Pare, comunque, che da entrambe le parti ci sia buona volontà e si sa che, oggi, Minniti dovrebbe fare aperture significative sul tema dei trasbordi. Save the Children dovrebbe firmare, Medici senza Frontiere ha dimostrato disponibilità, ma Sea Watch sembra arroccata su posizioni più intransigenti. Oggi pomeriggio si capirà come andrà a finire.

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