Martedì 02 Febbraio 2016 - 19:00

Nasa, Argotec: Manderemo nello spazio il drone del futuro

L'ad David Avino, intervistato da LaPresse, racconta cosa vuol dire partecipare alla Exploration Mission 1

L'azienda italiana parteciperà alla Exploration Mission 1 con ArgoMoon

Del futuro dei droni si parla spesso, di solito ragionando sulle tendenze che vedono un loro impiego sempre più diffuso in settori come l'agricoltura o la logistica. Ben più difficile, però, è immaginare i droni del futuro, quelli che dal cielo potrebbero spingersi fino allo spazio profondo. Lo sta facendo la torinese Argotec, selezionata dalla Nasa per prendere parte al lancio inaugurale dello Space Launch System, il nuovo razzo dell'agenzia spaziale statunitense che potrebbe permettere all'uomo di tornare sulla Luna, di raggiungere un asteroide e più avanti anche Marte. L'azienda italiana parteciperà alla Exploration Mission 1 con ArgoMoon, un nanosatellite in fase di sviluppo che sarà imbarcato sul volo, in partenza a fine 2018, insieme ad altri 12 carichi secondari. Ad anticiparci quello che succederà è David Avino, amministratore delegato di Argotec.

La missione è stata presentata e Argotec sarà a bordo. Ma che cosa andate a fare nello spazio?

Il nostro scopo è testare della tecnologia. L'esempio che posso fare è quello dei telefoni cellulari: i primi modelli erano enormi, praticamente delle cabine del telefono, poi sono andati via via rimpicciolendosi. Con i satelliti è la stessa cosa: spesso ci sono strumentazioni molto grandi che non possono essere ridotte, ma quando si parla di sensori e fotocamere si può lavorare sulla miniaturizzazione. Sarà la prima volta che un satellite di 30 centimetri di larghezza, 20 di altezza e 10 di profondità andrà nel deep space, lo spazio profondo.

Che cosa comporta spingersi fino a quel punto?

E' una situazione che comporta radiazioni molto più alte, i materiali quindi devono essere più testati e più selezionati rispetto a quelli commerciali per uso terrestre, visto che una tempesta solare può distruggerli in pochi minuti. Gli scenari che abbiamo in mente prevedono di testare in condizioni ostili degli strumenti che ci permetteranno di comunicare e di scattare foto storiche. Funzioni che poi potranno essere riportate anche alle più basse orbite terrestri

Il paragone più affascinante è quello tra i minisatelliti e i droni. Sono più le analogie o le differenze?

Parliamo di uno strumento molto più complesso di un drone, ma che può svolgere lo stesso tipo di funzioni, a livello di osservazione. Il nostro carico utile, appunto, comprende camere e ottiche ad alta definizione. Mettersi in orbita vuol dire portarsi molto più in alto, staccarsi da terra per raggiungere un osservatorio straordinario: in prospettiva si potrebbero monitorare il territorio e i suoi cambiamenti, ad esempio controllando gli incendi. Cose che si fanno anche ora, ma con costi molto alti che potrebbero essere abbattuti.

Mancano quasi tre anni al lancio. A che punto siete e che viaggio vi aspetta?

Come sa bene chi si occupa di missioni spaziali, questi progetti durano tantissimo. Ora abbiamo a disposizione le prime simulazioni e lavoriamo su quelle. Un prototipo ancora non c'è, ma la nostra timeline prevede a inizio del prossimo anno il lancio su basse orbite terrestri di un satellite più piccolo che conterrà alcune delle tecnologie che vogliamo validare in vista della missione. Andando al 2018, ArgoMoon sarà rilasciato in orbita cislunare da Icps, il secondo stadio del razzo: abbiamo fatto richiesta alla Nasa di essere rilasciati per primi, per poter fotografare le funzionalità del sistema e gli altri mini satelliti. Poi il nostro obiettivo è di proseguire col lavoro per qualche anno: abbiamo anche una piccola quantità di propellente che ci permetterà di posizionarci in modo da poter continuare a girare intorno alla Luna. Attraverso un servizio della stessa Nasa, attraverso delle parabole potremo inviare a terra foto, video e telemetrie.

Scritto da 
  • Marco Valsecchi
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