Giovedì 21 Aprile 2016 - 16:45

Niccolò Fabi: Ora canto la natura, vera salvezza per uomo

Il cantautore romano presenta il nuovo album "Una somma di piccole cose', in uscita il 22 aprile. Sarà in tour da maggio

Musica, Fabi: Ora canto natura, vera salvezza per uomo

Un disco che celebra le piccole cose, che quando si uniscono tra loro si trasformano in qualcosa di grande, che esalta l'amore per la natura, che omaggia un amico e collega che non c'è più. Tutto questo è 'Una somma di piccole cose', il nuovo album di Niccolò Fabi in uscita domani, venerdì 22 aprile. Poi, a partire da maggio, il cantautore romano sarà impegnato in un tour, che si svolgerà in teatri, auditorium e piazze di tutta Italia.

Niccolò, 'Una somma di piccole cose', il nome del tuo nuovo album, è un elogio a riscoprire il valore dei piccoli gesti e azioni quotidiane?
Il titolo del disco non è un semplice elogio delle piccole cose, anche se è incluso pure quello. Ciò che mi interessa non è dare importanza alle piccole cose, ma che dietro ogni risultato ci sia una somma di piccole cose. Come piccole cose non intendo cose 'minute', con una sorta di modestia, anzi: una somma di piccole cose ha una sua forza, una capacità di ottenere risultati nella consapevolezza che ogni risultato è l'insieme di una serie di azioni che meritano uguale attenzione, perché sono tutte importanti. Anche una grande difficoltà non è altro che una somma di elementi che, una volta separati, ci sembrano meno insormontabili. Anche una grande gioia abbiamo la possibilità di viverla in maniera più consapevole se ci rendiamo conto che ogni minimo 'sorso' è importante da assaporare. Oltre a questo, c'è anche il fatto che nella distrazione che un certo tipo di vita compulsiva ci sta portando ad avere, perdiamo di vista l'importanza di quelle piccole grandi cose'.

Perché hai deciso di scriverlo e registrarlo in una casa isolata, in campagna?
Quasi sempre le canzoni vengono scritte in luoghi tranquilli, in solitudine e con una certa calma attorno: è difficile scrivere canzoni in discoteca il sabato sera! La solitudine è un momento creativo, senti con più attenzione quello che ti passa dentro. In questo caso non è stata solo la scrittura fatta in un luogo di ritiro, ma disco e scrittura sono contemporanei. In due mesi sono state scritte e registrate le canzoni, mentre normalmente si scrive da una parte e si va a registrare dall'altra e questo unisce due stati d'animo diversi, che rendono il disco più ricco ma anche più eterogeneo. Invece, in questo caso la scrittura e la registrazione sono state contemporanee.

Nel brano che dà il titolo all'album canti 'la salvezza è in ogni grano di un rosario'. Che rapporto hai tu con la religione?
Assegno importanza al concetto di preghiera, di fede nell'ultraterreno, nello spirituale. Il rosario è un percorso che uno fa all'interno della religione cristiana e cattolica con un senso preciso, di credo, redenzione, ma anche figurativamente era la composizione di un ipotetico percorso di salvezza fatto da tante piccole tappe. Le frasi delle canzoni devono avere un potere visivo e quella mi faceva pensare alle mani rugose di una persona anziana, che in quella ritualità cerca una speranza per avvicinarsi al momento della morte con la speranza che non sia un punto di non ritorno.

Tu, personalmente, hai questa fede?
Per quanto riguarda me, non ho questa fede o questa certezza anche ci sia qualcosa dopo, ma sono un aspirante credente: ho la netta sensazione del potere che ha l'energia positiva che mettiamo nei nostri pensieri. Ci sono due visioni opposte: tutto è nelle mani di Dio e l'uomo non conta niente, o il contrario, ovvero che siamo gli unici responsabili del nostro futuro e tutto è immanente. Nessuno di questi due estremi mi convince in toto: è importante togliere al 'superomismo' umano la sensazione di essere lui al centro di tutto. Noi non siamo al centro di un cavolo, quindi riportarci a una maggiore modestia esistenziale è importante. Allo stesso tempo, il fatto che ci sia un'entità superiore che ci controlla come fosse un burattinaio è svilire l'importanza della nostra permanenza sulla terra, che deve essere motivata e non solo alla ricerca del perdono e del regno di Dio: questo mi sembra troppo limitante. In una parola: uomo, rilassati!

Nel brano 'Le cose non si mettono bene' dici: 'In questo gioco lo sai, si vince in uno soltanto'. Secondo te in amore vince chi fugge, chi è più forte, o chi si fa desiderare?
Questa è l'unica canzone che non ho scritto io, è stata scritta da un gruppo di Civitavecchia, gli Hello Socrate. Ho saputo che, un paio di anni fa, il loro cantante Alessandro Dimito era morto di tumore. Questa notizia mi ha colpito perché un ragazzo che muore a meno di trent'anni è un fattore crudele di questa vita, quando si tratta di un artista che stimi è ancor più inaccettabile, pensando a tutte le cose che avrebbe potuto fare e raccontare. Ora, alla luce del suo epilogo così tragico, questa canzone ha un significato ancora più sconvolgente. Così ho pensato che avrei potuto amplificare la sua permanenza sulla terra, perché gli Hello Socrate erano rimasti in ambito più locale. Ho fatto sentire al gruppo e ai genitori di Alessandro la canzone, perché non volevo che avessero la sensazione che mi stavo appropriando di una cosa che non mi riguardava, o che ci fosse speculazione su questo aspetto. Ma mi sono tranquillizzato perché nel mio disco c'è paura della morte ma anche la consolazione che la musica e la natura, su questo tipo di stato d'animo, ti possono aiutare. Questa canzone non l'avrei certo portata a Sanremo, dove si sarebbe speculato sull'aspetto della morte di Alessandro: da parte mia è un omaggio nei suoi confronti.

E se l'avessi scritta tu, che senso avresti dato a quella frase?
Se l'avessi scritta io non mi sarei riferito all'amore, credo: non penso al rapporto di coppia come a una battaglia dove vince qualcuno e perde qualcun altro, perché si vince insieme e si perde insieme a prescindere dalle responsabilità, dai problemi e dalle gioie.

Parliamo di attualità. Notizia di pochi giorni fa, Tito Boeri, presidente dell'Inps, ha detto che la generazione nata a cavallo degli anni Ottanta rischia di andare in pensione anche a 75 anni. Che cosa pensi?
Per un musicista non si deve parlare di pensione, per noi è uno dei più grossi misteri...Le percentuali che devolviamo all'ENPALS (Ente nazionale di previdenza e assistenza per i lavoratori dello spettacolo) per me sono il vero atto di fede, altro che Gesù Cristo! Ora le diamo e la pensione arriverà, quando non si sa. Nel nostro caso è più complicato, non riguarda solo quanti anni hai, ma il numero di prestazioni che hai fatto ogni anno. Sull'argomento pensione io ci ho messo una bella pietra sopra. Non so se i musicisti pensano 'avremo la pensione quando saremo vecchi'. Se parliamo dell'argomento in generale, il tempo dell'attività professionale negli anni si è allungato. Alcuni genitori di miei amici sono entrati in età pensionabile e non tutti, soprattuto gli uomini, l'hanno vissuta pensando 'finalmente', anzi: è stato un momento drammatico esistenziale in cui l'attività che ha formato 45 anni della tua vita non la puoi più esercitare in maniera ufficiale. Nell'ecosistema di un uomo è una botta, al di là di quanto percepirai.

Tra i temi sociali che ti stanno più a cuore c'è l'ecologia, di cui parli anche nel brano 'Ha perso la città'. Cosa si potrebbe insegnare alle generazioni più giovani?
Quando eravamo a Lecce a registrare il disco precedente, 'Ecco', dormivamo in una masseria vicina allo studio. La mattina - avevamo le stanze che davano sul cortile - eravamo svegliati da classi di bimbi schiamazzanti che percorrevano il cortile. Lì, passavano un paio d'ore con i loro insegnanti, osservavano le piante, davano loro un nome, e parte dell'insegnamento avveniva nel cercare di far familiarizzare i bimbi con elementi naturali. I bambini acquisivano una consapevolezza maggiore, che faceva sentire il territorio come parte integrante della loro vita. Non mi riferisco alla causa ecologista, che in molti casi è una mossa elettorale e politica e viene giocata nelle campagne per ingraziarsi un elettorato, ma a una quotidianità dove il contatto con la natura è salvifico nei confronti della nostra salute, non solo per la quantità di ossigeno che ci fa respirare ma per la qualità dei prodotti quando sono trattati in maniera naturale, per la sensazione di non essere mai soli che si ha quando si è in un bosco, per cui anche di fronte alla difficoltà della vita hai una sensazione di maggiore calma. Un malato terminale non ti chiederà di andare in centro a Milano, ma probabilmente di fronte al mare o in un parco, perché quello è il luogo in cui ritorniamo a essere, dopo tutte le nostre battaglie umane, parte di qualcosa più grande di noi.
 

Scritto da 
  • Chiara Dalla Tomasina
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