Domenica, Aprile 24, 2016 - 14:30

'Ministra' suona male? E' la grammatica bellezza!

Tina Anselmi, la prima ministra della Repubblica italiana

"Oggi la parità dei diritti passa per il riconoscimento - anche attraverso l'uso della lingua - della differenza di genere". Lo scrive Cecilia Robustelli, linguista dell'Accademia della crusca e autrice di numerosi lavori sul linguaggio di genere, ma è davvero così? La lotta per l'uguaglianza dei diritti uomo/donna si combatte anche sul piano grammaticale? E'  importante rivendicare di essere una 'ingegnera' o una 'redattrice'? E, ancora, chi per mestiere scrive e veicola informazioni può avere un peso in questo cambiamento di linguaggio?

Quando Alma Sabatini, nel 1987, pubblicò 'Il sessismo nella lingua italiana', su esplicità richiesta della presidenza del Consiglio e come parte di un ampio progetto della Commissione per la realizzazione della parità tra uomo e donna, le quote rosa erano un tema ancora chiuso nel cassetto e le ministre qualcosa di più unico che raro. L'obiettivo di quel lavoro era illustrare come la discriminazione di genere fosse radicata anche nella nostra bellissima lingua e, allo stesso tempo, aprire un dibattito costruttivo affinché le istituzioni - nello svolgere il loro ruolo - si facessero promotrici di parole capaci di esprimere con ogni articolo e aggettivo la parità.

Sono passati 30 anni da quel progetto, le pubblicazioni scientifiche sul linguaggio di genere non si contano più, così come i dibattiti, le linee guida e, purtroppo la volgare e sterile ironia. Quando la presidente della Camera, Laura Boldrini, si fece portavoce dell'importanza di una lingua di genere, qualcuno arrivò a chiederle se intendesse trasformare l'8 marzo in 'Otta marza'. Certo, fa sorridere, ma soltanto se la battuta non presuppone un'ostilità e una presa di posizione contro una lingua di uguaglianza. Perché, in realtà, c'è poco da scegliere."Non facciamo della poesia, ma si tratta di grammatica", dice Cecilia Robustelli, una di quelle studiose che amano così tanto il proprio lavoro da irritarsi quando le racconto di aver ricevuto un 'rimprovero' da una donna che non ha affatto apprezzato che io l'abbbia definita "medica" in un articolo. "Stamo scherzando? Questa è arroganza linguistica - spiega - e la cosa più grave è che le persone che svolgono professioni di prestigio o ricoprono ruoli istituzionali si permettano di dire come devono essere chiamate. Nessuno ha il diritto di farlo perché l'italiano corretto è un obbligo. Il genere grammaticale non si sceglie, esiste".

Dell'intero dibattito sulla questione la cosa che più di tutte mi fa riflettere è proprio l'ostilità delle stesse donne a utilizzare la grammatica italiana corretta. Secondo Robustelli si tratta di un meccanismo inconscio: visto che alcuni ruoli e professioni, fino a qualche anno fa, erano una prerogativa degli uomini, per dimostrare di essere davvero uguali, le donne si "travestono" e preferiscono usare il nome del mestiere al maschile, pensando in questo modo di rafforzare il valore della propria posizione. Una teoria spinta, certo, ma che rappresenta il nocciolo della questione. E' proprio così? Si teme che 'ingegnera' non sia abbastanza per dimostrare di saper fare quel lavoro al pari di un uomo?

Qualche collega mi ha detto che l'uguaglianza non si basa sulle parole, ma sui fatti. Certamente, una donna 'ministro' è importante che ci sia e chiamarla al maschile o al femminile non determinerà la sua permanenza all'interno di un governo. Ma siamo sicuri che non conti proprio nulla il linguaggio? Pensiamo all'espressione "donna con le palle" o con "gli attributi": nel parlare comune la si usa per definire una donna di carattere, determinata e coraggiosa. Caratteristiche che in quel modo di dire vengono associate all'organo maschile. La risolutezza e la forza risiedono dunque lì? Senza quelle siamo pavide e deboli?

La lingua conta, conta eccome. Perché è il pensiero a fare le parole e se si pensa male, quella 'a' al fondo di ingegner- sembrerà sempre di troppo.

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Martedì, Febbraio 9, 2016 - 18:30

Cara è per te

Sono passati quasi sei anni da quella sera, guardavo distrattamente la tv. Una coppia giovane è seduta davanti al televisore. Lei e lui, bevono una birra insieme e ridono. Qualcuno suona alla porta. Lui si alza, apre. Di fronte una grande nuvola di polvere. Torna davanti alla tv, si siede accanto a lei. 

“Cara è per te”.

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