Mercoledì 30 Agosto 2017 - 15:00

Migranti, l'ultima via per la Francia è da Bardonecchia

REPORTAGE Le porte dell'Europa si sono chiuse a Ventimiglia e al Brennero e si cercano nuove strade

Migranti, ultima via per arrivare in Francia

Il problema è scegliere la direzione giusta. Sinistra o destra. Da una parte c'è da scalare il colle della Scala, a 1750 metri di quota e poi una lunga marcia in territorio francese fino a Briançon. La via è presidiata dalla gendarmerie e dall'esercito francese con i visori notturni. L'altra possibilità si chiama Valle Stretta: bisogna passare inosservati alle spalle dei posti di controllo, con la prospettiva di una scarpinata di 6 ore all'ombra del monte Thabor fino a raggiungere Modane. Perdersi sarebbe fatale, a quota 2mila metri, per ragazzi cresciuti ai bordi del deserto e che per la prima volta vedono le montagne.

Idriss non sa che cosa fare. Seduto su un muretto al bordo della strada, appena fuori dall'abitato di Bardonecchia, aspetta la chiamata del suo informatore. Un amico che è passato di qui pochi giorni fa e ora si trova a Parigi. Idriss ha 32 anni e viene dalla Costa D'Avorio. È sbarcato in Sicilia dopo essere stato salvato da una nave di Save the Children. A Como ha pagato un 'passeur' per essere portato in macchina in Svizzera, ma è stato scoperto alla frontiera e respinto. Ora è preoccupato e non sa di chi può fidarsi. Ha preso con sé cinque connazionali, tutti minorenni di 16 e 17 anni. Non hanno attrezzature né vestiti adatti, non conoscono la strada. Lo seguono sperando li porti in salvo in Francia. Gli abitanti di Bardonecchia e i turisti si sono ormai abituati ad assistere a queste scene. Da qualche mese piccoli gruppi di migranti, soprattutto ivoriani e guineani, risalgono i sentieri che portano in Francia. Le porte dell'Europa si sono chiuse a Ventimiglia, al Brennero e al confine di Como con la Svizzera. I disperati in viaggio cercano nuove strade, sempre più rischiose. L'ultima è quella che da Torino porta qui, passando davanti allo stemma a cinque cerchi di Torino 2006 e al villaggio olimpico, tra i campeggi e gli impianti di risalita. I migranti arrivano in treno, una ventina al giorno. La polizia lo sa e li aspetta sul binario: controllano la nazionalità, ma nessuno viene fermato. Subito fanno perdere le loro tracce tra le case e nei boschi.

Idriss risponde al telefono, si alza e inizia a camminare seguito dal resto del gruppo. Noi ci mettiamo in viaggio con loro. É sera e c'è poca luce, ma i ragazzi seguono una traccia sulla mappa dei loro smartphone. Prima del confine li avvisiamo: in fondo c'è un posto di blocco della gendarmerie. Due camionette e una dozzina di agenti. Fermano tutti quelli che passano, controllano i bagagliai delle auto. Negli ultimi giorni si sono appostati anche sui sentieri secondari. Poche ore fa hanno scoperto e respinto due giovani della Guinea Bissau, Ibrahim e Lamin. Li abbiamo incrociati mentre tornavano indietro. Ci fermiamo al riparo di un rudere e parte una discussione. Da uno zaino spunta un foglio con altre indicazioni. L'informatore dice di arrivare all'ultimo rifugio prima del confine e poi lasciare la strada. Si decide di andare verso sinistra, puntando a Briançon, passando vicino al bosco e attorno a un campo da golf. Difficile dire, sui monti, dove finisce l'Italia e inizia la Francia. È già buio quando ci separiamo. La marcia sarà lunga.

Se sfuggiranno alla polizia, potranno trovare un aiuto al Crs, il Collettive refuge solidaire, che accoglie chi arriva nei pressi alla stazione di Briançon. Per quelli che scelgono il sentiero di Valle Stretta c'è la speranza di incontrare qualche escursionista e ricevere aiuto. Molti vengono indirizzati alla Maison de Chamois. La casa estiva parrocchiale, a 2100 metri di quota in territorio francese, dove don Claudio, don Paolo e altri volontari da mesi accolgono i migranti. A tutti offrono cibo, vestiti e un riparo. "Non è una cosa che abbiamo organizzato, ce li siamo trovati qui", spiega don Claudio. Quando la gendarmerie ha chiesto chiarimenti, i preti hanno tagliato corto: "Come cristiani diamo ospitalità a chi arriva. Non riteniamo di andare contro nessuna legge".

"Il fenomeno esiste, inutile negarlo. Non è un'invasione, ma guardiamo con preoccupazione agli sviluppi. Qui non ci sono conflitti, né reti di trafficanti, ma a volte basta una scintilla...", ragiona il sindaco Francesco Avato. "Non siamo Ventimiglia e non vogliamo diventarlo. Sarebbe un danno troppo grave per questa terra che vive di turismo". Il sindaco nello scorso inverno si era trovato a dover inventare un rifugio di fortuna dentro i locali della stazione ferroviaria e ora sta sperimentando due progetti di micro-accoglienza. Spiega di non voler enfatizzare i toni perché "questi ragazzi non sono criminali", ma teme che con l'autunno la situazione possa peggiorare. Inizia a montare il fastidio dei residenti per il viavai tra la stazione e i sentieri. "La Francia respinge anche i minorenni. Ritornano tutti qui in città. Se i numeri dovessero salire non potremmo gestire da soli una rete di accoglienza. Per questo sono in contatto con la Prefettura e la Questura, che monitorano la situazione da vicino", assicura Avato.

L'ultimo treno da Torino arriva alle 23. Scende solo un ragazzino. Cappellino e zaino in spalla, evita la polizia e scompare nel buio. A quest'ora non si mette più in cammino nessuno. Ma alle prime luci dell'alba altri sono già sul sentiero. Il primo è Ibrahim. Ha 18 anni e da cinque mesi vaga per l'Italia in cerca dell'occasione giusta per sconfinare. Non ha mappe né contatti. Ci chiede cibo e acqua, qualche indicazione sulla direzione da prendere. Poco convinto si rimette in marcia. Dopo pochi minuti, tra gli alberi compaiono la sagome di due uomini. Avanzano veloci, ma ai piedi hanno solo ciabatte infradito di plastica. Proviamo a spiegare che non si può affrontare la montagna in quelle condizioni. "É troppo pericoloso, dangereux". Si stringono nelle spalle: "Abbiamo solo queste". Un sorso d'acqua a una fontanella e ripartono. L'Europa è proprio lí, appena oltre i monti. Lontanissima.

Scritto da 
  • Dal nostro inviato Simone Gorla
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