Lunedì 04 Aprile 2016 - 08:30

Mafia, confiscati 800mila euro beni a boss dell'Agrigentino

Il provvedimento riguarda Simone e Giuseppe Capizzi, "elementi di spicco di Cosa nostra"

Mafia, confiscati beni per 800mila euro a boss dell'Agrigentino

La Direzione investigativa antimafia di Agrigento ha confiscato beni per un valore di 800 mila euro a Simone Capizzi, 73enne, e al figlio Giuseppe, 50enne, entrambi originari di Ribera (Agrigento) e attualmente detenuti, considerati dagli inquirenti "elementi di spicco di Cosa nostra agrigentina". I provvedimenti di confisca sono stati emessi dalla prima sezione penale del tribunale di Agrigento e seguono le indagini economico-patrimoniali delegate alla Dia diretta dal colonnello Riccardo Sciuto dalla Procura distrettuale di Palermo, dall'aggiunto Bernardo Petralia. Simone Capizzi, detto 'Peppe' (detenuto dall'ottobre 1993), è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di mafia del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, di cui oggi ricorre il ventiquattresimo anniversario. 

"La sua ascesa mafiosa - si legge in una nota - è coincisa con l'uccisione del boss riberese Carmelo Colletti, avvenuta nel luglio del 1983, a fronte della quale ha ottenuto l'affidamento della gestione mafiosa", su ordine di Salvatore Riina e dei rappresentanti degli altri 'mandamenti' della provincia di Agrigento. 

Giuseppe Capizzi è stato invece tratto in arresto nel luglio del 2006, in esecuzione di un'ordinanza richiesta dalla Direzione distrettuale antimafia palermitana, poiché indagato, in concorso con altri, per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Per questi fatti la Corte d'appello di Palermo lo ha condannato ad anni otto di reclusione. La stessa Corte d'appello lo ha successivamente condannato a dieci anni di reclusione per il reato di estorsione aggravata. In questo contesto è stato "ritenuto organico a Cosa nostra riberese della provincia agrigentina, con un ruolo di indubbio spessore, comprovato tra l'altro dagli stretti rapporti intrattenuti con l'ex latitante Giuseppe Falsone, già rappresentate provinciale di cosa nostra".

"Di rilievo, nel corso delle indagini, anche i cosiddetti pizzini sequestrati a Bernardo Provenzano e a Antonino Giuffrè, poi divenuto collaboratore di giustizia, concernenti il conflitto sorto tra Giuseppe Capizzi e Giuseppe Grigili, imprenditore trapanese nel settore alimentare, considerato prestanome del latitante Matteo Messina Denaro - dicono gli inquirenti - In particolare, la questione era sorta in ordine ad un debito di Capizzi nei confronti di Grigoli per forniture alimentari al punto vendita Desapr di Ribera. Per questa diatriba i capi delle province mafiose di Agrigento e Trapani avevano investito il boss Bernardo Provenzano, attraverso una copiosa corrispondenza epistolare".

I provvedimenti di confisca, che riguardano complessivamente 10 terreni e tre fabbricati del valore complessivo stimato in oltre 800mila euro, traggono origine dall'esito dalle indagini svolte dalla Sezione Operativa Dia di Agrigento, da cui è emerso che, nei primi anni '90, alcuni soggetti, formali intestatari degli immobili, avevano venduto o promesso in vendita gli stessi alla famiglia Capizzi, tramite scritture private non registrate e senza formalizzare la compravendita, col fine di eludere eventuali provvedimenti di espropriazione.

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