Lunedì 05 Giugno 2017 - 20:00

Mafia, Cassazione apre a scarcerazione Totò Riina

Bindi: Ottime cure in carcere. Don Ciotti: Non dimentichiamo la logica di giustizia. Gratteri: Un boss così comanda con gli occhi

Toto' Riina

Si deve affermare il "diritto" di ogni detenuto a "morire dignitosamente". Con questa motivazione la Cassazione ha accolto la richiesta degli avvocati di Totò Riina, aprendo di fatto all'ipotesi di scarcerazione del boss di Cosa Nostra. Secondo quanto si legge nella sentenza della Suprema Corte numero 27.766 relativa all'udienza del 23 marzo "ferma restando l'altissima pericolosità del detenuto e del suo indiscusso spessore criminale", il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Bologna - con cui era stata respinta la richiesta dei legali del'  'Capo dei Capi' - "non chiarisce con motivazione adeguata come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso".

Riina, 86 anni compiuti a novembre scorso, è in carcere dal 1993, dopo l'arresto avvenuto a Palermo in seguito ad una latitanza di 23 anni. Il 'Capo dei Capi' è rinchiuso nel carcere di Parma con il 41bis. Il ricorso del legale chiedeva il differimento della pena o in subordine della detenzione domiciliare.
"Il provvedimento sostiene l'assenza di un'incompatibilità  dell'infermità fisica del ricorrente con la detenzione in carcere, esclusivamente in ragione della trattabilità delle patologie del detenuto". Per La Suprema Corte il tribunale di Bologna aveva omesso "di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico". "Il giudice di merito deve verificare se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un'afflizione da eccedere il livello che deriva dalla legittima esecuzione di una pena", si legge nella sentenza.

Secondo la Cassazione, infine, "le eccezionali condizioni di pericolosità" di Riina devono "essere basate su precisi argomento di fatto, rapportati all'attuale capacità di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa".
 

DON CIOTTI: NON DIMENTICHIAMO LOGICA DI GIUSTIZIA.  "Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione. Non fa eccezione Toto Riina, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Sull'ipotesi - avanzata dalla Cassazione - di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco". Così don Luigi Ciotti commenta in una nota la sentenza della Cassazione.

"Perché certo c'è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno - che in questo caso non c'è stata - di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione. Ma c'è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari. Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d'animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta. C'è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c'è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni".

 

BINDI: CURE D'ECCELLENZA IN CARCERE.  "Leggeremo con attenzione le motivazioni della Cassazione. Ma Totò Riina è detenuto nel carcere di Parma dove vengono assicurate cure mediche in un centro clinico di eccellenza. E' giusto assicurare la dignità della morte anche ai criminali, anche a Riina che non ha mai dimostrato pietà per le vittime innocenti. Ma per farlo non è necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari, dove andrebbero comunque assicurate eccezionali misure di sicurezza e scongiurato il rischio di trasformare la casa di Riina in un santuario di mafia". Lo afferma Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia. "Dopo terribili stragi e tanto sangue - aggiunge - il più feroce capo di Cosa Nostra è stato assicurato alla giustizia e condannato all'ergastolo, anche se vecchio e malato, la risposta dello Stato non può essere la sospensione della pena".
 

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