Martedì 17 Ottobre 2017 - 11:45

Mafia capitale, i giudici: "Nessuna mafiosità autonoma o derivata"

Le motivazioni della sentenza che condannò Carminati a 20 anni e Buzzi a 19 per l'inchiesta Mondo di mezzo

Prima udienza del processo Mafia Capitale.

"Il Tribunale non ha individuato, per i due gruppi criminali, alcuna mafiosità 'derivata' da altre, precedenti o concomitanti formazioni criminose" ne' esempi di "mafiosità autonoma". È quanto sottolineano nelle 3200 pagine di motivazioni della sentenza i giudici della decima sezione penale riguardo al processo cosiddetto 'Mafia Capitale'. 

Il giudice sottolinea di aver individuato "l'esistenza di due associazioni criminali, ciascuna priva di caratteri di mafiosità, autonoma o derivata", e sottolinea "l'impossibilità di tenere conto, ai fini della configurazione del reato di cui all'art. 416 bis c.p, di eventuali condotte qualificabili come 'riserva di violenza' condotte che possono riguardare soltanto le mafie 'derivate', le uniche in grado di beneficiare della intimidazione già praticata dalla struttura di derivazione". 

CORRUZIONI NON INTIMIDAZIONI. La 'mafiosità' cui più volte hanno fatto riferimento gli accusatori nel processo al 'mondo di mezzo' non è quella "recepita dal legislatore nella attuale formulazione della fattispecie di cui all'art. 416 bis c.p. per la quale, non è sufficiente il ricorso sistematico alla corruzione ed è invece necessaria l'adozione del metodo mafioso, inteso come esercizio della forza della intimidazione". 

È impossibile, aggiunge il Tribunale in riferimento agli affari di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati nella pubblica amministrazione, "attribuire mafiosità all'associazione volta al conseguimento illecito di appalti pubblici mediante intese corruttive: ai fini del reato di cui all' art. 416 bis c.p. è necessario l'impiego del metodo mafioso e, dunque, il reato non si configura quando il risultato illecito sia conseguito con il ricorso sistematico alla corruzione, anche se inserita nel contesto di cordate politico-affaristiche ed anche ove queste si rivelino particolarmente pericolose perché capaci di infiltrazioni stabili nella sfera politico-economica". 

NESSUN LEGAME CON LA BANDA DELLA MAGLIANA. "Non è possibile stabilire una derivazione tra il gruppo operante presso il distributore di benzina, l'associazione operante nel settore degli appalti pubblici e la banda della magliana, gruppo criminale organizzato e dedito ad attività criminali particolarmente violente e redditizie (il traffico e lo spaccio di droga, il gioco d'azzardo, le usure e le estorsioni, il possesso di armi e gli omicidi per assicurarsi il controllo del territorio ) che ha operato nella città di Roma, ramificandosi pesantemente sul territorio, oltre 20 anni orsono, tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 90".

"Il gruppo aveva realizzato la coalizione tra bande criminali, costituendo un unicum nella storia della città, solitamente pervasa, forse per strutturale incapacità organizzativa, da una pluralità di realtà criminali tra di loro intersecantesi e talora aspramente confliggenti - proseguono i giudici - Si tratta tuttavia di un gruppo ormai estinto: a seguito delle vicende giudiziarie che lo interessarono (il processo e le pesanti condanne che ne derivarono) e che ne sgretolarono l'assetto criminale e la gestione degli affari illeciti, rendendone inoperativi i vertici; - a seguito della morte di buona parte dei soggetti che ne costituirono i livelli direzionali e la manovalanza; a seguito del sostanziale annichilimento, per cause storiche, dei movimenti eversivi di natura politica che al gruppo avevano fatto riferimento e fornito sostegno e partecipazione operativa".

"Non vuole certo negarsi che alcuni epigoni della banda, ancora presenti sul territorio, operino attualmente a livello criminale, sia singolarmente sia in combutta con altre realtà criminali - proseguono i giudici - queste però appaiono diverse, strutturalmente e soggettivamente, dalla originaria matrice e rappresentano un fattore criminale che desta allarme per le sorti della città ma che risulta del tutto disconnesso dalla originaria struttura. Dunque non può affermarsi che Carminati ed il gruppo da lui comandato (inteso, secondo l'accusa, come associazione unica) affondino le loro radici nel sostrato criminale romano degli anni 80, per avere mutuato dalla banda della magliana alcune delle sue principali caratteristiche organizzative : sembra evidente la profonda diversità tra gli affari criminali dell'epoca e quelli accertati nel corso del presente processo, i quali attengono - quelli relativi agli appalti pubblici - ad una particolare forma di rapporti tra mondo politico ed imprenditoria organizzati in funzione, specialmente, di assicurare ai partiti politici il finanziamento necessario alla loro sopravvivenza e di spartire tra le varie componenti politiche (e tra gli imprenditori a ciascuna riferibili) il provento dei lucrosi affari connessi alla gestione della cosa pubblica". 

CARMINATI L'INAFFERABILE. Massimo Carminati, è destinatario "per l'importanza delle vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto e per l'interesse mediatico che le ha accompagnate, di una notevole e duratura fama mediatica, che ne ha consolidato l'immagine e gli ha creato intorno un alone di inafferrabilità : per essere sopravvissuto; per aver riportato, per quelle vicende, condanne complessivamente modeste; per essere andato assolto da alcune gravi imputazioni".

"Fama a parte", sottolineano i giudici, "non è sufficiente l'intervento di Carminati, 'erede della banda della Magliana' a stabilire un rapporto di derivazione tra detta banda e successive organizzazioni in cui Carminati si trovi coinvolto. Peraltro, neppure per la banda della Magliana si è potuti giungere ad affermare che si trattasse di un'associazione di tipo mafioso".

BUZZI INQUINO' POLITICA E PA. Nel settore degli appalti pubblici, il gruppo di Salvatore Buzzi "ha avuto la capacità di inquinare durevolmente e pesantemente, con metodi corruttivi diffusi, le scelte politiche e l'azione della pubblica amministrazione : ciò dimostra la pericolosità dell'associazione nel suo complesso ed anche quella dei singoli partecipi i quali, dotati di diversificate qualità professionali, le hanno fatte consapevolmente convergere verso la realizzazione dei loro propositi criminali".

 "La lunga esperienza maturata da Buzzi nel settore della cooperazione sociale e gli stessi contatti - proseguono i giudici - con politici ed amministrativi, costruiti nel tempo in relazione all'attività delle cooperative, sono stati da lui sapientemente utilizzati e sfruttati per la commissione di reati finalizzati, consentendo una innaturale espansione sul mercato, a potenziare i profitti delle cooperative e dei soggetti che di esse avevano la direzione e la gestione". "Il dato appare ancor più grave ove si tenga conto del percorso di Buzzi - si legge ancora nella sentenza - che pure aveva tentato di recuperare il suo passato criminale, e della conoscenza di tale percorso che avevano i suoi collaboratori e sodali, conoscenza che avrebbe dovuto indurrre a salvaguardare l'esperienza della creazione di cooperative sociali finalizzate al recupero di ex detenuti e non ad orientarle verso la commissione di reati gravi, e commessi in forma associata".

FATTI DI ESTREMA GRAVITA'. "Non vi è dubbio che i fatti accertati siano di estrema gravità, intanto per il loro stesso numero, poi per essere stati i reati-fine realizzati in forma associata, con la costituzione delle due associazioni delle quali si è detto, ed infine per la durata stessa della condotta antigiuridica, che è proseguita nel tempo e che, con l'affinamento dei metodi di azione, ha creato le premesse per una permanente operatività, interrotta soltanto dalle indagini prima e dal processo poi".

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