Lunedì 25 Settembre 2017 - 12:00

M5S, il giorno dopo Rimini. Fico: "Di Maio non è il capo"

Tutte le questioni restano aperte. Grillo: "Questione di caratteri. Da domani lavoreranno insieme". Il candidato premier a Milano

Camera dei Deputati. Voto finale sul DL Vaccini

Di Maio a Milano, nel suo nuovo ruolo di candidato premier per il M5S a incontrare i giovani startupper, Beppe Grillo a ricucire gli strappi di Rimini parlando con il Fatto Quotidiano e Roberto Fico (nella foto) a sottolineare di nuovo le differenze tra sé e i vincitori della kermesse romagnola.

Il giorno dopo Rimini, il MoVimento 5 Stelle è effettivamente al centro del panorama politico. A Rimini sono successe alcune cose importanti: Grillo ha fatto un passo indietro (quanto grande e quanto reale, si vedrà nei giorni scorsi). Luigi Di Maio ha vinto le primarie da 37 mila voti (prendendone 30 mila): formalmente il candidato premier è lui (e nessuno lo nega) ma è da vedere quanto davvero sarà riconosciuto dagli altri come capo politico del movimento. Roberto Fico ha fatto sapere che non lo riconoscerà in questo ruolo: "

Lui non è il capo del movimento. Il candidato premier è il capo della forza politica, ma non è capo della vita politica generale del movimento. Questa è una grande distinzione". Argomentazione complessa semplificabile così: le primarie hanno dato a "Luigino" l'investitura di "candidato premier" che mette Di Maio nelle condizioni (anche per legge) di avere il nome sulle schede elettorali, ma, secondo Fico, non potrà essere lui a ditrigere il movimento nelle sue questioni interne. Sullo sfondo, Alessandro Di Battista (neopadre che pubblica su Fb struggenti immagini delle dita sua e della moglie intrecciate con quelle del piccolo Andrea) raccoglie gli auguri di tutti e fa sapere di considerarsi politicamente libero, come sempre. Il suo percorso, ovviamente tutto interno al movimento, non è detto che passi attraverso un supporto a Di Maio. Di Battista continuerà a parlare direttamente con militanti ed elettori.

Insomma: il M5S ha un candidato premier, avrebbe anche un capo partito (ma parti importanti non lo riconoscono) e ha un "padre" che vorrebbe defilarsi, ma non si sa se ce la farà: "Tra Fico e Di Maio era più una questione di caratteri, tra uno romantico e uno di carriera, ma da domani cominceranno a lavorare assieme". dice Beppe Grillo al Fatto Quotidiano. "Il problema - aggiunge - è quando non ci si parla, le cose si ingigantiscono, ma io li ho messi tutti in riga. L'importante è la squadra, e Roberto nella squadra ci sarà. Il Movimento ha avuto un momento di assestamento, ma è tutto ricomposto. E poi io ci sarò sempre". "Li ho messi in riga", "Io ci sarò sempre". Ha fatto davvero un passo indietro? E quanto grande?

Luigi Di Maio non si fa molti problemi e si cala pienamente nel suo nuovo ruolo istituzionale che gli permette uno "storytelling" di se stesso abbastanza altisonante: "Ho da poco lasciato Rimini, carico da questi tre giorni di Italia 5 Stelle. All'ora di pranzo sarò a Milano per incontrare i giovani startupper che lavorano al Talent Garden di Milano Calabiana, uno spazio di coworking all'avanguardia e tra i migliori in Europa. Creatività, intelligenza e divertimento sono gli ingredienti del successo dei ragazzi che lavorano qui. Per me sono il presente del Paese e devono essere tutelati e sostenuti: nella nostra Smart Nation loro saranno protagonisti". Così Luigi Di Maio su facebook annuncia il suo primo incontro pubblico da candidato premier del M5S. "Vado - spiega - per farmi dire dagli startupper di cosa hanno bisogno dallo Stato per continuare a sviluppare i loro talenti e crescere e dai ragazzi di TAG cosa lo Stato deve fare per permettere la creazione di altri centri di aggregazione come questo. Secondo lo studio Lavoro 2025 entro 7 anni il 60% dei lavori si trasformerà e il 50% diventerà lavoro creativo: investire su queste realtà che saranno in grado di affrontare quel momento di cambiamento è prioritario". Insomma, Di Maio c'è e vuol far vedere a tutti che è l'unico titolato a parlare al Paese e ai suoi problemi. Perché a lui toccherà di affrontarli se mai diventerà premier.

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