Sulle passerelle torna a farsi sentire il ruggito dell’Africa

  • 28 marzo 2014
Sulle passerelle torna a farsi sentire il ruggito dell’Africa © LaPresse

(LaPresse) - Quando il 2 ottobre del 1925 al teatro degli Champs-Elysées debuttò la Revue Nègre, Parigi restò folgorata. Sul palco, vestita di un gonnellino di sedici banane c’era una ragazza nera che cantava e ballava come nessun’altra star della rivista all’ombra della Tour Eiffel. Quella bellezza afroamericana era nata a Saint Louis, negli Stati Uniti, nel 1906 e il suo nome era Joséphine Baker.

 

Fu anche grazie ai suoi abiti di scena, disegnati dall’austriaco Paul Seltenhammer, che la capitale francese s’innamorò della moda africana. In realtà quelle mise succinte, con i seni nudi o ricoperti di perle, e le pelli di leopardo appoggiate sulle spalle ben poco, avevano a che fare con gli abiti reali indossati dalle donne che vivevano sopra e sotto l’Equatore. Ma il successo di quegli spettacoli e il sex appeal della diva venuta da Oltreoceano diedero ai migliori sarti della città l’idea di aggiungere qualche elemento esotico nelle loro creazioni.

Da allora sono passati quasi novant’anni, ma l’Africa non ha certo smesso di esercitare il suo fascino sugli stilisti, che, stagione dopo stagione, la reinterpretano con risultati ancora originali.

C’è chi immagina una donna-belva rivestita di tessuti animalier con fantasie che riproducono la pelle del leopardo, della zebra o del pitone, altri invece sono andati molto più a fondo. E hanno cominciato a studiare le tipologie degli abiti delle diverse tribù, le tecniche di colorazione e quelle di tessitura, le fantasie e le stampe per poi integrarle nelle loro collezioni.

Un’operazione culturale alta, che presuppone la volontà di cercare un confronto reale con l’altro, che niente ha a che fare con la fascinazione, un po’ razzista, del “buon selvaggio”. È questa la strada seguita da Riccardo Tisci per Givenchy che ha mandato in passerella abiti dalla complessa costruzione sartoriale che, attraverso un gioco di plissé, richiamano gli indumenti tradizionali delle popolazioni sub sahariane.

Un’analoga direzione è quella seguita anche da Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli per la collezione alta moda di Valentino dove una blusa con maniche large e disegni africani è indossata con una gonna guarnita di nappe che sembra ottenuta semplicemente arrotolando un pezzo di tessuto intorno alla vita.

Bottega Veneta, grazie al suo direttore creativo Tomas Maier, arriva a una sorta di purificazione del concetto e crea un abito ricamato in mohair e ramiè che appare come un omaggio ai colori africani.

È invece interessato alle fantasie geometriche tribali di stoffe e tatuaggi Emilio Pucci che le utilizza per un miniabito in tulle con inserti in pelle di agnello e nappa mentre Frida Giannini per Gucci (che in Africa segue personalmente numerosi progetti solidali) si fa ispirare dalle stampe floreali per il caftano nero in seta e tessuto jacquard rosa e vinaccia. Odori, impressioni, sensazioni di viaggio, dicevamo. Ma anche richiami diretti ed espliciti alla fauna selvaggia africana.

Diane Von Furstenberg stampa un leone che aspetta di cacciare su un abito in cotone, mentre Dolce&Gabbana, Tom Ford e Trussardi preferiscono puntare sulle stampe animalier. DSquared2, addirittura, raddoppia e crea una giacca e una culotte in pony con fantasia leopardo e zebra: per Dean e Dan Caten la donna è, al tempo stesso, sia predatore che preda.

Marco Romani