Mercoledì 26 Luglio 2017 - 14:15

La sete di Roma, parla l'esperto: Il razionamento inquina i tubi

Giorgio Cesari spiega che fermare pezzi di rete genera problemi. "Alla ripresa il liquido andrebbe disinfettato"

Emergenza idrica lago di Bracciano

Chiudere le tubature della capitale con una turnazione porterebbe senza dubbio a un risparmio di acqua ma inquinerebbe le condotte idriche. Lo spiega a LaPresse Giorgio Cesari, segretario generale dell'Autorità di Bacino del Tevere, a poche ore dalla riunione dell'Osservatorio sugli usi idrici dell'Appennino centrale, che oggi alle 14:30 affronterà il tema dell'emergenza romana.

"Chiudere una rete - sottolinea - vuol dire lasciare un tubo esposto all'aggressione dei liquidi che sono nel terreno, un acquedotto in pressione tende a mandare via l'acqua e non a riceverla, mentre una rete, per giunta vetusta come quella di Roma, come si comporta aprendo e chiudendo su turni di otto ore? Diminuiscono il consumo e le perdite, certo, ma se il tubo non è in pressione l'acqua del terreno, che contiene agenti inquinanti, può entrare nel tubo".

Se la decisione è quella del razionamento idrico "bisogna pensare a come disinfettare l'acqua quando si riapre la condotta - prosegue l'esperto - Alla riapertura delle tubature sicuramente ci sarebbero problemi, per questo dico che chi gestisce deve anche spiegare come intende risolverli". Qualunque siano le iniziative prese per affrontare l'emergenza siccità, insiste l'ingegner Cesari, "bisogna dire come verrà lenito il disagio delle utenze, come verranno soddisfatte le esigenze primarie e dimostrare la reversibilità dell'eventuale impatto ambientale della chiusura delle tubature".

Il problema della carenza di acqua però va ben al di là di questa torrida e lunghissima estate, e non riguarda solo Roma, tanto è vero che nella riunione di oggi presso l'osservatorio si parlerà anche di Latina, Viterbo e Regioni come le Marche e l'Umbria. Certo la notizia del rischio chiusura acqua nella capitale d'Italia ha un peso tale da spingere tutti, a cominciare dal ministro, a chiedere una soluzione alternativa al razionamento delle risorse, già programmato, in assenza di un piano B condiviso, a partire da venerdì. "Non si può continuare a prelevare dalle fonti - sostiene Cesari - bisogna mettere in atto tutte quelle soluzioni che consentono un risparmio di acqua e questo non lo si può fare dalla sera alla mattina. Le soluzioni passano per un uso di acqua più consono alla finalità, per il controllo delle perdite, per una maggiore efficacia del sistema di gestione".

"A seconda del livello e del termine che ci si dà cambiano le soluzioni possibili - evidenzia - Partendo da un termine medio, di qualche anno, si può pensare al rifacimento delle reti e delle forme di interconnessioni e impiantistica adeguate alle necessità. Se si pensa a un periodo medio-breve, di mesi, si può pensare alla dissalazione o alla riparazione delle condotte per evitare perdite. Poi ci sono gli interventi a brevissimo termine, come quelli che verranno proposti oggi alla riunione, che risolvono solo l'emergenza ma non le criticità derivanti da una situazione che secondo i dati a nostra disposizione è ciclica e si ripropone ogni cinque anni.

Sui provvedimenti a brevissimo termine per la città di Roma, noi attendiamo di sapere da Regione e Acea cosa intendono fare". "In generale - prosegue - è difficile ormai immaginare che ci siano risorse idriche monouso, e servono soluzioni sul lungo termine, una strategia anche di carattere nazionale, e investimenti". "Sbaglia chi aspetta che la situazione di Roma migliori con l'arrivo della pioggia...e se non dovesse piovere? La sfortuna qui non c'entra - conclude - i segnali sono chiari, abbiamo riferimenti ormai di 25/30 anni di osservazione, che ci dicono che periodi di siccità come questo arrivano ciclicamente, ogni cinque anni circa, e servono risposte adeguate".

Scritto da 
  • Alesandra Lemme
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