Venerdì 20 Maggio 2016 - 11:15

Italia fotografata da Istat: Calo di nascite e persone residenti

L'approfondimento annuale ci consegna le attuali caratteristiche del Paese: più sovrappeso, cresce età pensione

L'Italia fotografata da Istat: calo nascite, più sovrappeso

Un'Italia in chiaroscuro tra alti e bassi quella che emerge dal Rapporto 2016 dell’Istituto di statistica Istat, che, presentato oggi, mostra gli enormi cambiamenti cui è andata incontro l'Italia. Cresce l'età media dei pensionati ma anche la speranza di vita degli italiani, che hanno spesa Welfare superiore a media Ue e che sono più sovrappeso di una volta. Calano i residenti e si tocca il punto minimo per le nascite

LAVORO E PENSIONI. Una doverosa porzione dell'analisi verte sullo stato del lavoro nel Belpaese: nel 2025 il tasso di occupazione resterà dunque prossimo a quello del 2010, che fu del 56,8%, scendendo al 56,6% rispetto all'56,3% del 2015, a meno che non intervengano politiche di sostegno alla domanda di beni e servizi e un ampliamento della base produttiva.  

Dal 2003 al 2014 l'età di pensionamento si è progressivamente innalzata. L'età media dei nuovi pensionati di vecchiaia è passata da 62,8 a 63,5 anni, quella mediana da 60 a 62. E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat che viene presentato oggi a Roma. Aumenta il numero di anni di contribuzione con cui si arriva al pensionamento. Tra i nuovi pensionati di vecchiaia l'incidenza di coloro che hanno versato contributi per non più di 35 anni scende dal 54,9 al 37,5% tra il 2003 e il 2014, quella di chi ha versato contributi per un periodo compreso tra i 36 e i 40 anni passa dal 37,6 al 33,7%, mentre per chi ha percorsi contributivi superiori ai 40 anni l'incidenza si quadruplica, passando dal 7,6 al 28,8%.

NASCITE IN CALO.  La popolazione italiana diminuisce e invecchia. Al 1° gennaio 2016 la stima è di 60,7 milioni di residenti (-139 mila sull'anno precedente) mentre gli over64 sono 161,1 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Il nostro Paese è tra i più invecchiati al mondo, insieme a Giappone (indice di vecchiaia pari a 204,9 nel 2015) e Germania (159,9 nel 2015). Nuovo minimo storico dall'Unità d'Italia per le nascite, nel 2015 sono state 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014. Per il quinto anno consecutivo diminuisce la fecondità, solo 1,35 i figli per donna. I decessi hanno invece raggiunto le 653 mila unità, 54 mila in più dell'anno precedente (+9,1%).

CRESCE SPERANZA DI VITA. Nel 2015 la vita media alla nascita stimata è di 80,1 anni per gli uomini (80,3 nel 2014) e di 84,7 per le donne (85,0 nel 2014). La popolazione italiana è tra le più longeve. Per i maschi, solo in altri quattro paesi europei alla nascita si vive in media 80 anni e più: Cipro (80,9), Spagna e Svezia (80,4) e Paesi Bassi (80,0); per le femmine si arriva mediamente a 85 anni e più in Spagna (86,2) e Francia (86,0). E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat presentato oggi a Roma. Si diventa anziani sempre più tardi: i 73enni e le 75enni di oggi hanno la stessa speranza di vita di un 65enne del 1952 (rispettivamente 12,8 anni per gli uomini e 14,1 anni per le donne).

 

 

 

Nel 2016 ripresa proseguirà grazie a domanda interna e Qe

 

BANDA LARGA. Stime ad hoc mostrano che l'eventuale copertura totale della banda ultralarga nelle aree territoriali ancora non coperte porterebbe a un aumento del valore aggiunto pari al 23% nei servizi di mercato, all'11% nelle costruzioni e al 9% nel commercio e nell'industria in senso stretto. E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat presentato oggi a Roma. Le regioni che ne beneficerebbero in maggior misura sono quelle del Centro-nord (con aumenti compresi tra il 16% in Valle d'Aosta e l'11% nelle Marche), mentre nel Mezzogiorno si avrebbero aumenti più contenuti (compresi tra il 10% di Campania e Calabria e il 7% della Sicilia). Gli indicatori di economia della conoscenza rilevano ancora spazio per un recupero di competitività rispetto alla media Ue: nonostante un posizionamento in linea con la media europea nell'uso della banda larga (92% contro 94% nel caso delle sole imprese), considerando anche elementi quali l'accessibilità in termini di costo e la velocità della connessione della rete nazionale, il grado di connettività dell'Italia risulta tra i più bassi d'Europa, superiore solo al valore della Croazia.  

CONTRATTI.  Da un'analisi volta a individuare in quali classi dimensionali l'utilizzo del contratto a tutele crescenti abbia avuto maggiore successo, emerge che la probabilità che i nuovi contratti a tempo indeterminato coinvolgano interamente nuovo personale dipendente (escludendo le trasformazioni di precedenti contratti a termine) è più elevata per le imprese di minori dimensioni: si attesta infatti al 39,8% nel caso delle piccole (meno di 50 addetti), al 28,9% nel caso delle medie (50-249 addetti) e scende al 21,4% fra le grandi (almeno 250 addetti). E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat che viene presentato oggi a Roma. Al contrario, la probabilità che i nuovi contratti a tempo determinato siano esclusivamente trasformazioni di precedenti contratti a termine è pari al 19,6% per le piccole imprese, al 22,1% per le medie e al 25,6% nel caso delle grandi.

WELFARE. La spesa per prestazioni sociali è pari al 27,7% del Pil nella media dei Paesi Ue e al 28,6% in Italia. È più elevata in Danimarca, Francia, Finlandia e Grecia (compresa nel 2013 tra il 32,1 e il 30,3%) e più bassa in Estonia, Lituania, Romania, Lettonia (poco più del 14%). Ma tra quelli europei, il sistema di protezione sociale del nostro Paese è uno dei meno efficaci. Nel 2014 la quota di persone a rischio povertà si è ridotta di 5,3 punti dopo i trasferimenti (da 24,7 a 19,4%) a fronte di una riduzione media nell'Ue27 di 8,9 punti.   I sistemi di welfare dei diversi paesi hanno reagito con modalità differenti allo shock della crisi. Regno Unito e Svezia sono intervenuti con un'azione di contenimento della spesa sociale mentre Danimarca, Germania e Paesi Bassi l'hanno aumentata nel 2008 e, soprattutto, nel 2009. La spesa per protezione sociale ha continuato a crescere in Italia, negli altri paesi del Sud Europa e in Irlanda, ma in maniera molto più contenuta del passato.

SOVRAPPESO. Nei paesi europei il sovrappeso e l'obesità si stanno diffondendo rapidamente, riguardano ormai una quota importante della popolazione. Anche in Italia, dove l'eccesso di peso tra gli adulti è meno diffuso rispetto agli altri paesi europei, l'andamento è crescente, soprattutto tra i maschi (da 51,2% nel 2001 a 54,8% nel 2015). La diffusione del sovrappeso tra bambini e adolescenti è invece tra i più alti in Europa e di considerevole interesse per le ricadute sulla salute pubblica dei prossimi decenni. L'analisi sugli stili alimentari per generazioni mette in luce un aumento consistente del consumo giornaliero di verdure e ortaggi tra il 1995 e il 2015, in particolar modo tra i nati dopo il 1965 (ossia la Generazione di transizione e la Generazione del millennio). Passando ad analizzare le attività fisiche e la sedentarietà, nel 2015 il 33,5% delle persone di 5 anni e più dichiara di praticare uno o più sport nel tempo libero; il 23,9% si dedica allo sport con regolarità, il 9,6% saltuariamente. Tra le nuove generazioni, i livelli di pratica sono superiori a quelli delle generazioni precedenti. Ulteriore segnale positivo è la progressiva riduzione del consumo di tabacco a partire dagli anni Ottanta. Tra gli uomini, le percentuali più basse di fumatori si osservano per i nati nel decennio 1956-1965 (la Generazione dell'identità). All'età in cui si registra il picco, tra i 25 e i 29 anni, è forte la distanza tra la Generazione dell'impegno, quella dei nati tra il 1946 e il 1955 (63,9%) con le successive: il 47,3% per la Generazione dell'identità (i nati tra il 1956 e il 1965), il 38,9% per la Generazione di transizione (i nati tra il 1966 e il 1980), il 35,8% per la Generazione del millennio (i nati tra il 1981 ed il 1995). Tra le donne, invece, livelli di prevalenza considerevolmente più bassi si registrano solo a partire dalle generazioni più recenti, Generazione di transizione e Generazione del millennio. Sono 8,4 milioni le persone di 15 anni e più (16,2% della popolazione) che nel 2015 hanno un comportamento a rischio nel consumo di alcol. Il consumo abituale che eccede la quantità di assunzione raccomandata riguarda il 15,4% degli uomini e il 6,6% delle donne ed è più diffuso tra adulti e anziani; al contrario il binge-drinking (il consumo di 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in un'unica occasione) coinvolge soprattutto giovani e molto giovani, l'11,3% dei maschi e il 3,3% delle femmine.

 

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