Giovedì 05 Maggio 2016 - 18:00

'Io in ricevitoria fin da ragazzo': la schedina compie settant'anni

Ricordi e nostalgia nel racconto di Fulvio Caporuscio, proprietario da più di mezzo secolo di una ricevitoria alla periferia di Roma

'Io in ricevitoria fin da ragazzo': la schedina compie settant'anni

Due o tre nostalgici a settimana si presentano al suo “capezzale”. Non di più. Al bar di Fulvio Caporuscio, ricevitoria alla periferia nord di Roma da più di mezzo secolo, ormai sono una rarità quelli che fanno ancora la corte alla schedina per abbracciare un sogno. A settant’anni non ha più appeal, da oltre venti ha perduto fascino, bellezza, passione e i "lifting" (il "9" e il "14") non sono serviti. Prima per "lei" si faceva la fila alla ricevitoria, "si impazziva, ci si arrovellava e si azzardava con cognizione, ci si confrontava e si facevano le notti ingegnandosi in sistemoni per catturare la fortuna, studiando o facendo finta di essere competenti ed esperti di calcio". La schedina del Totocalcio che oggi viene silenziosamente celebrata con 70 candeline assomiglia ora ad un corpo senza vita, anonimo e incolore, sommerso da tagliandi per il Superenalotto, Gratta e Vinci, Turista per sempre e altre diavolerie figlie di una fortuna last minute.

E così, dimesso e nascosto, che quel "monumento" simbolo di un sogno, si presenta nello storico locale al quartiere Labaro. Il titolare che a 16 anni accompagnava i genitori a consegnare i pacchetti delle matrici ogni domenica mattina, ha vissuto la nascita, la gloria e l’agonia senza fine di un gioco che si è perso negli anni: nella schedina neanche ci sono più i nomi della partite, per risparmiare è a disposizione il tagliando prestampato e si mettono "pallini" o crocette dopo che viene consegnato un cedolino con le partite in calendario per quel singolo concorso.

"Un peccato sia finita così. Ora si punta alla super vincita affidandosi solo sulla sorte. Prima c’era anche un minimo di competenza, si valutavano le varie opzioni, si studiavano le partite. C’era più professionalità anche nelle impostazioni del gioco", racconta Caporuscio con un velo di malinconia e un sorriso di rassegnazione. "I giovani non sanno neppure cosa sia, gli anziani preferiscono non pensare e vanno sul Superenalotto. Tutti vogliono vincere tanto, in fretta e senza aspettare. Non so neanche quando ho pagato l’ultima vincita, in verità non so neanche perché ancora dispongo dell’apparecchiatura per fare giocare i clienti".

Sarà nostalgia. L’attaccamento ad un mondo che non c’è più. Annuisce. E tira fuori il righello con la scritta storica del Totocalcio con cui separava la schedina dalla matrice. "Per trent’anni ho consegnato il materiale cartaceo alla sede al Lungotevere. Dal 1965, da quando ho avuto la concessione mi è passato davanti tutta la storia di questo gioco. Era un modo per socializzare, scambiarsi opinioni, parlare di calcio e di altro. Tutti uniti da un sogno". Dagli anni ’90 è iniziato il declino, al Totocalcio si sono affiancati altri concorsi a pronostici legati al mondo del calcio, quali Totogol, Totosei e Totobingol. "Hanno avuto vita breve, sospesi ma di fatto soppressi per l'abbondanza di concorsi legati al calcio che per la liberalizzazione delle scommesse sugli eventi sportivi".

Di canone si paga 75 euro al mese, non si rientra delle spese. Ma se si continua a tenerlo in vita è anche per gestori affezionati e malinconici come lui.  "Vuole giocare?. Due colonne un euro", è il suo invito. A guardare le ultime vincite non c’è troppo spazio per sognare in grande, rispetto ai numeri del Superenalotto e dei suoi inguaribili affezionati: nel penultimo concorso, con un montepremi da 67.876,47 nessuno ha fatto né 13 né 14, solo in tre  hanno fatto 12 aggiudicandosi  13.537 euro .
Nell’ultima schedina, quella di domenica scorsa 1° maggio,  nessun 14 ma due 13 da 18.113 euro. Giocarono in 36 mila circa. Duemila in meno di quel 5 maggio 1946.

Scritto da 
  • Luca Masotto
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