Giovedì 11 Febbraio 2016 - 19:45

Giavazzi: Jobs act grande riforma, ma Renzi tagli spesa

Secondo l'economista le attuali tensioni che colpiscono le banche in Borsa "non hanno nulla a che vedere" con sfiducia nei confronti dell'Italia

Matteo Renzi

La richiesta del governo Renzi all'Ue di maggiore flessibilità sui conti pubblici "è giusta", ma la posizione dell'Italia "è debole" perché Roma "non ha fatto nulla sul lato della spesa". È il parere di Francesco Giavazzi, economista ed ex consulente del governo Monti e della Federal Reserve di New York. Secondo Giavazzi le attuali tensioni che colpiscono le banche in Borsa "non hanno nulla a che vedere" con una sfiducia nei confronti dell'Italia, ma dipendono dal contesto globale e dall'alto livello di sofferenze. L'aumento dello spread resta un "segnale preoccupante" e da non sottovalutare nonostante lo scudo degli acquisti della Bce.

Professor Giavazzi, promuove il governo Renzi?
Lo promuovo. Perché con il Jobs act ha fatto la riforma più importante degli ultimi 50 anni. Anche se cadesse oggi, sarebbe ricordato come quello che è riuscito a riformare il lavoro dopo 30 anni di fallimenti. Poi ha fatto cose minori, ma comunque importanti. Ha trasformato le popolari, che erano ormai appesantite da coaguli politici, in delle Spa. E ha finalmente abbassato le tasse, anche se di poco. Queste sono tre cose che nessuno aveva mai fatto e bastano per dare al governo la sufficienza.

Non una promozione a voti pieni.
Mancano ancora azioni per la concorrenza e sul lato della spesa. Con la spending review non si è fatto nulla, nemmeno sulle spese più ovvie e che non influirebbero in negativo sul Pil se venissero tagliate. Questo è un ritardo che ci indebolisce quando andiamo a chiedere all'Europa maggiore flessibilità sui conti pubblici.

Quindi secondo lei sbaglia l'Italia a chiedere a Bruxelles maggiore flessibilità?
La richiesta è giusta e sono anche d'accordo. Bisogna ricordarsi inoltre che è grazie alle richieste del governo italiano se le regole sono cambiate è c'è un certo grado di flessibilità. Ma non c'è discrezionalità, sono state introdotte delle regole che questa Commissione Ue, a guida Juncker, ha accettato di rivedere e ora vanno rispettate. Renzi dovrebbe chiedere di cambiare le regole, altrimenti ogni Paese dei 28 potrebbe muoversi in autonomia e sarebbe il caos.

Quello sulla flessibilità non è stato l'unico motivo di attrito con la Commissione Ue. Lo schema delle garanzie di Stato per il mercato delle sofferenze delle banche italiane sembra a molti osservatori un provvedimento insufficiente rispetto a una bad bank vera e propria, con soldi pubblici, che sarebbe piaciuta all'Italia ma non è stata permessa da Bruxelles. Come giudica il meccanismo messo a punto dal governo?
Irrilevante. Putroppo è stata messa a punto con dei vincoli che obbligano lo Stato a fornire una garanzia agli istituti di credito allo stesso prezzo a cui la offre il mercato. Allora gli istituti di credito gonfi di prestiti che non tornano indietro avrebbero potuto comprare garanzie direttamente da soggetti privati. Alcuni dicono che il meccanismo aiuterà a muovere liquidità, ma io credo che servirà a poco per i problemi che hanno le banche.

Secondo lei la richiesta di maggiore flessibilità genera sfiducia nei confronti dell'Italia e pesa sull'andamento degli istituti di credito in Borsa?
Sono cose che non hanno nulla a che vedere. È una questione che riguarda i mercati a livello globale.

E lo spread che è aumentato pericolosamente di una cinquantina di punti negli ultimi giorni?
E' senza dubbio un segnale preoccupante. Abbiamo un loop perverso tra debito e banche. Il nostro debito è molto elevato e molto concentrato nei nostri istituti. Ora però ci sono dei fattori che ci rassicurano rispetto alla crisi del debito. Ci sono gli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, che compra 60 miliardi al mese e sono tanti soldi. E volendo si può chiedere a Francoforte l'attivazione del programma 'Omt', il cosiddetto scudo anti-spread, con cui la Banca centrale acquista titoli pubblici se un Paese si lega a un preciso programma di riforme.

La Bce di Mario Draghi sta facendo abbastanza in questa fase di estreme turbolenze?
La Bce ha fatto molto. Il rischio è legato al fatto che la politica monetaria abbia raggiunto quasi la fine della corsa. Ovvero che abbia poco spazio ulteriore per agire, con i tassi già a minimi record e il programma di quantitative easing. Ha fatto il possibile, ma lo spazio che ha è diventato piccolo. Come lo stesso Draghi ripete, serve anche stimolo fiscale.

Scritto da 
  • Lorenzo Allegrini
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