Lunedì 07 Marzo 2016 - 09:00

Human Rights Watch: Turchia non è Paese sicuro per i migranti

La denuncia nel giorno del vertice che si apre a Bruxelles tra i 28 leader dell'Ue e il premier turco Ahmet Davutoglu

Il premier turco Ahmet Davutoglu

 "Detto semplilcemente, la Turchia non è un Paese sicuro per rifugiati e richiedenti asilo". La denuncia di Human Rights Watch arriva proprio per il vertice che si apre oggi a Bruxelles tra i 28 leader dell'Ue e il premier turco Ahmet Davutoglu. Al confine turco-siriano, denuncia l'organizzazione, ci sono decine di migliaia di persone bloccate che rischiano la vita.

La Turchia, spiega Hrw, ha sì ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951 ma "mantiene una limitazione geografica" a causa della quale in sostanza concede protezione soltanto a chi proviene dai Paesi europei. Cioè in pratica a nessuno, dal momento che i rifugiati di cui si parla vogliono entrare proprio in Europa. E la direttiva europea 32 del 2013 all'articolo 39 stabilisce che un Paese terzo può essere considerato sicuro solo se "ha ratificato le previsioni della Convenzione di Ginevra senza limitazioni geografiche".

I siriani hanno accesso tuttavia a un permesso temporaneo, che gli consente di restare nel Paese e dà loro accesso al sistema sanitario e scolastico (e, da poco, in forma limitata, al mercato del lavoro), ma senza la protezione completa prevista dalla Convenzione. Già due milioni di siriani si trovano in Turchia, prosegue l'organizzazione, 250mila dei quali sono ospitati in uno dei 25 campi profughi messi in piedi dal Governo. Gli altri vivono in condizioni ancora più precarie, alla ricerca di una casa, molti in estrema povertà.

Ma almeno le persone sono fisicamente al sicuro in Turchia? "In effetti no", scrive Hrw, spiegando di avere "documentato respingimenti lungo il confine siriano" e ricordando che Amnesty International ha documentato a sua volta "detenzioni illegali e deportazioni verso la Siria e l'Iraq". Ancora: in alcuni casi "persone che hanno tentato di scappare in Turchia dalla Siria sono state aggredite, ad alcune è stato sparato mentre tentavano di attraversare il confine. Decine di miliaia di siriani che scappavano dalla violenza sono bloccati al confine turco-siriano, rischiando di morire. Secondo le Nazioni unite, circa 45mila persone sono scappate da una offensiva delle forze siriane appoggiate dai bombardamenti russi nell'area di Aleppo. Le autorità turche sostengono di aver fatto entrare diecimila rifugiati 'in un'area controllata' ma non ci sono conferme indipendenti".

Insomma, è il monito, è decisamente fallimentare la strategia di affidarsi ad Ankara. Perciò l'Ue, accusa Oxfam, dovrebbe cambiare decisamente politica: "L'Unione europea - afferma Elisa Bacciotti, direttrice Campagne di Oxfam Italia - parla apertamente di protezione delle frontiere esterne da flussi di migranti irregolari verso i quali deve cessare 'l'atteggiamento permissivo finora adottato' e di respingimenti ai confini. I leader europei sembrano essersi completamente dimenticati che stiamo parlando di persone e famiglie in fuga da guerre, abusi, fame e povertà: sono loro che dovrebbero essere protetti, non i confini europei".

Scritto da 
  • redazione web
Accedi o registrati per inserire commenti.

Ti potrebbe interessare anche

Disney lavora a possibile offerta per acquisire Twitter

Disney lavora a possibile offerta per acquisire Twitter

Anche Salesforce.com starebbe lavorando a un'offerta, assieme con Bank of America

Terrorismo, Ue: Attacchi con armi chimiche sono possibili

Terrorismo, Ue: Attacchi con armi chimiche sono possibili

de Kerchove: E' necessario studiare i "nuovi modus operandi" dei jihadisti

Uomo spara in un supermercato ad ovest di Parigi: due feriti

Uomo spara in un supermercato ad ovest di Parigi: due feriti

E' accaduto nel sobborgo parigino di Port-Marly. Procura: No terrorismo

Referendum Svizzera, ministro a Gentiloni: No conseguenze ora

Referendum in Ticino, Gentiloni: Ostacolo a intesa Ue-Svizzera

Gli elvetici avvertono il ministro: Non ci saranno ripercussioni immediate sui lavoratori frontalieri italiani