Martedì 24 Maggio 2016 - 09:00

Gomorra? Problema non è emulazione ma assenza Stato

Marcello Ravveduto, docente di Storia contemporanea all'Università di Salerno, ci guida all'interno della fiction

Marco D'Amore, interpreta Ciro Di Marzio nella fiction

Un successo italiano e planetario quello di "Gomorra-La Serie", arrivata alla seconda stagione portando con sé oltre ai "trofei" anche molte critiche, soprattutto in merito al possibile rischio di emulazione che la fiction, che tratteggia la realtà camorrista di Napoli, potrebbe avere sui giovani. Un'influenza che si spingerebbe oltre, irretendo nei meccanismi e nelle gestualità rappresentate sullo schermo gli stessi criminali che utilizzerebbero la loro rappresentazione televisiva come modello nella vita di tutti i giorni. Un rapporto quello tra realtà filmica e mafia da sempre presente, basti pensare alla villa di Walter Schiavone, esponente dei Casalesi, ispirata a quella del celebre "Scarface", ma parte di una emulazione "normale" e presente in tutti i campi del quotidiano. "Si tratta sempre di qualcosa di relativo in ogni caso" racconta a LaPresse Marcello Ravveduto, docente di Storia contemporanea all'Università di Salerno, in una intervista che ci guida all'interno di "Gomorra-La Serie", tra realtà, rischi, rappresentazione mediatica e responsabilità.

Ravveduto, lei che da esperto ma anche da spettatore guarda "Gomorra-La Serie", cosa ne pensa da un punto di vista televisivo?

Dal punto di vista del prodotto televisivo e di come è stata realizzata, dal punto di vista tecnico (la fotografia, la regia) al tentativo di restare nel realismo c'è il  saper trasformare la narrazione che fanno nei telefilm americani quando descrivono i ghetti e le criminalità delle metropoli in una narrazione tutta italiana. In fondo che cosa si fa? Si prende l'unica vera metropoli con cultura autoctona esistente in Italia, ovvero Napoli, e si trasforma in una grande narrazione noir.

Da molte parti si è levata voce riguardo un rischio emulazione e si parla di un corto circuito di influenze tra la realtà criminale e la sua rappresentazione sullo schermo, che pensa?

I processi di emulazione delle realtà immaginarie sono sempre esistiti, quindi penso che su questo aspetto ci sia un po' di retorica moralista pelosa, in parte legata anche alla figura di Roberto Saviano, la cui immagine è stata trasformata da quello che era nel 2006 e quello che è oggi nel 2016. Da una narrazione che apriva uno squarcio sulla realtà a una figura che, per molti, rappresenta il male di una città. Anche dopo Il Padrino furono scoperti dall'FBI, tramite intercettazioni, alcuni mafiosi che si atteggiavano come Don Vito Corleone. Anche dopo Il Camorrista di Tornatore cominciarono, specie i ragazzi, a riprendere le battute del film. In fondo questo camorrista divenne un mito più della figura stessa di Cutolo.

Un'emulazione però che non penso riguardi solo questo campo...

I processi di emulazione esistono ma non sono legati solo alla criminalità, se prendiamo ad esempio i ragazzi che mettono in camera il poster di Maradona o di un cantante. Emulazione che non c'è però solo sulle figure positive, noi non siamo in grado di chiedere di farlo solo in positivo, perché molto spesso il fascino del "male" è più forte.

Le Vele di Scampia

Beppe Grillo, ha parlato di Napoli come città del "turismo da delitto", molti voci hanno chiesto conto alla fiction. Ma ci sono modi di parlare di alcuni temi come la mafia in modo diverso o si rischia di oscillare tra gli opposti,  "apocalisse" e agiografia?

Mettendo da parte "Gomorra-La Serie" ci troviamo in altri casi davanti a prodotti che sono narrazioni retoriche, molto spesso spinte da un linguaggio che deve essere compreso da tutti, dalla tendenza a trasformare in santini lotte e battaglie che andrebbero spiegate bene. Ovviamente si tratta, come nei casi della Rai, di tv di Stato che quindi deve fare "pedagogia civile"  ma sono narrazioni che non conquistano come Gomorra, da punto di vista dell'emulazione.

Ma che portata ha questa eventuale emulazione della fiction?

Si tratta sempre di un qualcosa di relativo. Io vorrei sapere quanti sono i ragazzi che hanno punto di riferimento Falcone, Borsellino, Libero Grassi e Giancarlo Siani e quanti quelli che emulano Gomorra. Si sta facendo, dal punto di vista comunicativo, un ingrandimento, una bolla comunicativa intorno a questa vicenda. Chiaro che una tv che non ha scopi di pedagogia civile abbia intenzione di conquistare il mercato televisivo, puntando a quello estero più che a quello italiano.

Cosa si può dire alle critiche, da parte di esponenti delle istituzioni o politici..

Quando si dice "Se non c'è alternativa a queste visioni si perderà una generazione" penso ci debba pensare lo Stato. Di cosa parliamo? Grillo ha parlato di turismo del delitto, la politica la fa lui, lui deve fare proposte, mica lo deve fare una fiction. Siamo arrivati al paradosso che l'assenza di azione  su Napoli, anni e anni accumulati di isolamento e ritardo,  è diventato che il problema è la fiction.  Quando invece in più d 20 anni si sono affastellate questioni da risolvere. Paradossale accusare una serie tv invece di agire.  Vorrei capire cosa c'entra la fiction con la capacità della politica di intervenire su Napoli. Questo è il problema: che la fiction diventi un momento comunicativo di scarico della tensione per poi dire che non ci si occupa più dei problemi fino al prossimo morto.

Salvatore Esposito interpreta Genny Savastano

Ma la fiction restituisce fedelmente quella realtà?

Se vogliamo dire che la fiction fa un lavoro di realismo rispetto al territorio, innegabilmente lo fa, perché le musiche utilizzate nel film sono quelle che sono ascoltate in quei quartieri, il modo di comportarsi e di parlare è di quello di quei quartieri, ovviamente quello di una minoranza. Come era una minoranza quella rappresentata in serie televisive americane, quelle che ci parlano di Baltimora, di Chicago, di New York City.

Come mai questo clamore allora?

Dal punto di vista della cultura mediale, questo paese non è pronto. Abbiamo una retorica televisiva che è passata per decenni dalla tv di stato che era abituata alla pedagogia televisiva Ora questa serie, e prima anche Romanzo Criminale, si propongono senza il criterio della tv di stato, che aveva lo scopo di tratteggiare storie come "modelli". Siamo di fronte alla rottura del modello classico.  Ma se pensiamo alla più grande fiction dei decenni scorsi, La Piovra, perché in quel caso non si è mai detto che mostrava violenza. Perché di Palermo non si è detto che per 50 anni è stato il set di tutti i film di mafia?

Scritto da 
  • Stefano Fantino
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