Venerdì 08 Dicembre 2017 - 14:45

Gerusalemme, scontri nel 'giorno della rabbia': un morto, oltre 200 i feriti

Migliaia in piazza contro Trump. Ma la Repubblica Ceca elogia il presidente Usa: "Seguiremo le sue orme"

Gerusalemme capitale d'Israele: proteste nel mondo contro il presidente Trump

Un morto e centinaia di feriti in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est nel 'giorno della rabbia' convocato dai palestinesi per protestare contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e trasferirvi l'ambasciata Usa da Tel Aviv. In Cisgiordania decine di persone hanno sfilato verso gli insediamenti israeliani, dove sono scoppiati scontri con i soldati che hanno aperto il fuoco e hanno lanciato lacrimogeni sui manifestanti. Lungo il confine con Gaza, proprio a causa degli scontri, un palestinese di 30 anni è rimasto ucciso. Secondo quanto riferisce il ministero palestinese della Sanità, la vittima è Mohammad al-Masri, deceduto a est di Khan Younis. I feriti in questa nuova giornata di proteste sono oltre 200.

Altre proteste sono andate in scena nel compound della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, dopo la preghiera di mezzogiorno. Inoltre a Gaza le moschee hanno invitato i palestinesi a scendere in strada e protestare per Gerusalemme, e decine di giovani si sono diretti verso le zone di confine tra Israele e la Striscia.

SCONTRO USA-ONU. Per l'inviato Onu per il Medioriente, Nickolay Mladenov, c'è il rischio di una violenta escalation in risposta al riconoscimento di Gerusalemme capitale. "C'è un serio rischio che possiamo vedere una catena di azioni unilaterali, che possono solo spingerci ancora più lontano dal raggiungere i nostri obiettivi condivisi di pace", ha dichiarato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che si è riunito su richiesta di Italia, Regno Unito, Francia, Svezia, Bolivia, Uruguay, Senegal ed Egitto.

Mladenov inoltre ha invitato tutte le parti a evitare le provocazioni e a promuovere il dialogo, ribadendo che lo status finale di Gerusalemme dovrà emergere dal dialogo diretto fra israeliani e palestinesi. 

Ma gli Stati Uniti non ci stanno e, attraverso le parole dell'ambasciatrice Nikki Haley, passano al contrattacco. Haley, durante una riunione del Consiglio, ha criticato le Nazioni unite accusandole di "ostilità contro Israele" da "molti anni" e ha difeso la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale dicendo che è "l'ovvio". "Le Nazioni unite hanno fatto più danno alle possibilità di una pace in Medioriente che farla progredire", ha dichiarato.

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DALLA TURCHIA ALL'EGITTO: PAESI IN RIVOLTA. Migliaia di persone sono scese in strada in anche diverse città della Turchia, soprattutto a Istanbul e Ankara. Ad Ankara, la capitale, la marcia si è diretta verso l'ambasciata Usa, secondo quanto hanno riferito in diretta le emittenti locali. A Istanbul, la principale città del Paese, migliaia di manifestanti si sono raccolti nella gran moschea di Fatih per dirigersi poi nel quartiere di Sarachane, nella parte europea della città, portando bandiere palestinesi e turche mentre gridavano slogan contro Israele e contro gli Stati Uniti. La polizia turca ha adottato per oggi rigide misure di sicurezza intorno alla moschea Fatih. Piccole marce a sostegno della causa palestinese erano in programma anche in altri 39 distretti di Istanbul dopo la preghiera del venerdì.

Ad Ankara i manifestanti si sono riuniti nelle moschee di Kocatepe e Hacibayram, le due più grandi e frequentate della città. La polizia della capitale, inoltre, ha adottato misure di sicurezza aggiuntive intorno all'ambasciata Usa per evitare eventuali attacchi contro la sede diplomatica. La Turchia, insieme all'Egitto, è il principale alleato di Israele nel mondo musulmano, con il quale mantiene relazioni commerciali, politiche e diplomatiche da decenni. Tuttavia, dopo il violento assalto israeliano contro la cosiddetta 'Flotilla della libertà' diretta a Gaza nel 2010, in cui sono morte 10 persone di origine turca, le relazioni fra Turchia e Israele sono rimaste tese, e sono state normalizzate soltanto l'anno scorso.

Migliaia di persone hanno manifestato anche in Egitto, Giordania, Indonesia e Bangladesh. Dure le proteste in Iran, dove l'opposizione a Israele e il sostegno alla causa palestinese è al centro della politica estera dalla rivoluzione islamica del 1979. La tv ha trasmesso immagini di dimostranti che cantavano 'Morte all'America' e 'Morte a Israele'. Portavano inoltre bandiere palestinesi e cartelli sui quali si leggeva 'Quds appartiene ai musulmani'. Quds è il nome di Gerusalemme in arabo. In diverse città i manifestanti hanno bruciato immagini di Trump.

LA REPUBBLICA CECA APPOGGIA TRUMP. Intanto, seguendo le orme di Netanyahu, il presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, ha elogiato la decisione di Trump, sostenendo che Praga avrebbe dovuto fare lo stesso da tempo. Zeman assicura che quattro anni fa, durante la sua visita in Israele, aveva parlato di questa ipotetica decisione di trasferire a Gerusalemme la sede diplomatica ceca. "Saremmo potuti essere i primi. Ora seguiremo, presto o tardi, i passi degli Usa", ha assicurato in un'intervista al canale privato Barrandov tv.

In merito alle parole di Zeman, tuttavia, arriva la smentita del premier Andrej Babis. "Questa idea del presidente Trump non è buona. Potete vedere le reazioni" e "i Paesi grandi dovrebbero cercare pace", ha dichiarato Babis, secondo quanto riporta il Times of Israel..

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