Venerdì 26 Febbraio 2016 - 16:30

Dai pizzini a Facebook, quando la tecnologia 'aiuta' la mafia

Anna Patrizia Messina Denaro usava i social per parlare con il fratello

Dai pizzini a Facebook, quando la tecnologia 'aiuta' la mafia

Dalle riunioni in dialetto, suggellate dal bacio in bocca alla Riina, ai pizzini 3.0 con giovani mafiosi ormai totalmente integrati nella cultura digitale e capaci di sfruttare tutte le opportunità del web. L'evoluzione della comunicazione all'interno della criminalità organizzata non ha più confini ormai, dopo la conferma che Anna Patrizia Messina Denaro, sorella del boss latitante da 23 anni Matteo, utilizzava diversi profili Facebook per parlare con il fratello.

Dietro un indirizzo Ip, insomma, sembra scorgersi la strada per acciuffare il padrino di Castelvetrano. Il social di Mark Zuckerberg ha concesso l'accesso dei propri server alla procura di Palermo, che dovrà decifrare messaggi in codice e profili cancellati all'improvviso. Solo il tempo potrà dire se questo sarà un momento cardine nelle lunghissime indagini, ma di certo le mafie, pur conservando i loro antichi 'codici', hanno sempre dimostrato una grande capacità di adattamento rispetto ai cambiamenti della società in cui operano. E i social ormai sono lo specchio di una società sempre più connessa, dove la comunicazione online è più frequente di quella offline. E allora non sorprendono i gruppi Facebook dove con i commenti i criminali comunicavano dal carcere (successe nel 2011 con il gruppo 'La mia vita rubata alla giustizia'), passando per gli sms durante un programma in diretta Rai ('Quelli che il Calcio') fino a profili Facebook usati per promuovere il proprio brand di capo.

Eppure, le interazioni mafiose non sono sempre state così. In quanto organizzazione criminale, inizialmente Cosa Nostra si fondava essenzialmente sulla comunicazione orale. I primi mafiosi, soprattutto in Sicilia, erano facilmente riconoscibili per un particolare stile comunicativo molto sintetico dove, come disse il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, "i dettagli non interessano, non piacciono all'uomo d'onore". Per altre necessità c'erano le lettere di scrocco, usate a Palermo a fine Ottocento, che potevano essere emesse solo dal capofamiglia, che chiedeva di fatto il pizzo ai proprietari terrieri. Gli statuti erano degli scritti con le linee guida per gli uomini d'onore, come quelle scritte dal boss Salvatore Lo Piccolo. Di fatto agli affiliati era però vietato in maniera categorica mettere per iscritto le informazioni: chi sbagliava pagava con la propria vita.

Totò Riina preferiva convocare grandi riunioni dove, senza prove scritte, comunicava le proprie scelte. La svolta arriva con Bernardo Provenzano che limitava i contatti personali e faceva pervenire agli affiliati messaggi cifrati, meglio noti come pizzini. E i suoi fogliettini avevano uno stile classico: si aprivano con Carissimo, e si chiudevano con la benedizione divina. Si tratta di uno strumento primitivo, ma rimaneva più sicuro rispetto a mezzi come telefoni fissi o cellulari. L'ironia del caso vuole che Provenzano, arrestato nelle campagne di Corleone nel 2006, fu catturato proprio grazie ai pizzini e alla staffetta per consegnarli.

Ma ormai i messagini di 'Binnu 'tratturi', pieni di strafalcioni grammaticali e riferimenti religiosi, sembrano diventati un ricordo a Palermo. Nel capoluogo siciliano, come nel caso dei fratelli Bonfardeci, l'intimidazione arriva via Facebook, mentre Antonino Lauricella, latitante, fu catturato per la tracce che lasciò sul Big G dove comunicava con il figlio aspirante calciatore. Altri effetti imprevisti della comunicazione digitale tra i mafiosi sono evidenti nella vicenda di Ernesto Albanese, spacciatore al servizio di clan del Comasco, ucciso con 30 coltellate dopo aver insultato su Facebook gli 'ndranghetisti.

"Ormai i mafiosi parlano tramite Facebook tutti i giorni e hanno consulenti della comunicazione online che gli hanno costruito un know-how importante. Il giovane mafioso 30enne in molti casi usa i social come forma di personal branding, lanciando minacce o pubblicando foto di Scarface e trasformando il fondamentalismo mafioso in un messaggio virtuale. Se sei mafioso lo sei anche nella Rete, è una questione di mentalità off e online e l'omertà viene meno", ha spiegato a LaPresse Marcello Ravveduto, docente di Storia contemporanea all'Università di Salerno e membro del comitato scientifico della rivista Narcomafie. E l'orizzonte sotto questo aspetto, vista anche la querelle Apple-Usa sull'iPhone del killer di San Bernardino, è davvero 'interessante': "La cosa più interessante è capire se Facebook aprirà solo i server o se darà accesso anche agli algoritmi di Messenger, che sono messaggi criptati molto usati anche per il traffico di cocaina in Messico".

Scritto da 
  • Alessandro Banfo
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