Lunedì 20 Febbraio 2017 - 18:30

Allarme diritti umani in Colombia dopo lo storico accordo con le Farc

Nel paese sudamericano continuano gli omicidi e le minacce nei confronti dei difensori dei diritti nella delicata fase di transizione dopo 52 anni di guerra

Colombia, i diritti umani nel mirino dopo l’accordo con le Farc

di Stefano Fantino

Il presidente Juan Manuel Santos può, senza dubbio,  esultare. L'accordo tra il governo della Colombia da lui guidato e le Farc, il gruppo guerrigliero marxista, è arrivato dopo anni di estenuanti trattative, ma rappresenta la fine di oltre 50 anni di guerra interna. A lui è valso il premio Nobel per la Pace, per il suo Paese rappresenta uno snodo cruciale (guarda la fotogallery). Tuttavia le aspettative riguardo questa svolta storica stanno già mostrando quanto delicato e fragile sia questo momento di transizione per l'intera Colombia. Mentre si tenta di costruire una pace duratura all'interno dello stato, la sicurezza degli attivisti dei diritti umani è messa a dura prova. Minacce, aggressioni e soprattutto omicidi hanno scosso e stanno scuotendo il paese sudamericano: a documentare l'incessante "conta" di eliminazioni mirate sono diverse organizzazioni non governative, colombiane e non (Somos Defensores, INDEPAZ e la nota ong americana Wola). Se il network "Somos Defensores" parla di 80 leader di gruppi attivi nella difesa di diritti umani uccisi nel 2016, INDEPAZ parla addirittura di 117 vittime. Dati significativi, che vedono la Colombia tra i Paesi più a rischio su questo terreno.

 

MINACCE E OMICIDI L'ultimo grido di allarme è arrivato pochi giorni fa. A lanciarlo è stata un'associazione (ASCAP) che raccoglie i campesinos nella zona del Cauca: uno dei dirigenti, Daniel Ulcué, è stato oggetto di minacce da parte del gruppo paramilitare delle Aguilas Negras, che con una mail lo ha definito "obiettivo militare" proprio per il suo ruolo di costruttore di pace e difensore dei diritti umani. L'associazione ha mostrato la sua preoccupazione, richiamando all'attenzione dei media l'incolumità di Daniel ma anche l'impunità in cui vivono tuttora i responsabili della morte di Maricela Tombé, altra dirigente ASCAP, purtroppo uccisa il 28 febbraio dello scorso anno (leggi l'appello dell'ASCAP). Il report annuale di Front Line Defenders ha confermato la situazione difficile che gli attivisti colombiani stanno attraversando: in tutto il pianeta i casi di minacce e detenzioni sono stati oltre mille e in 25 paesi ci sono stati 282 omicidi di difensori dei diritti umani. I dati resi noti parlano di 217 casi solo in America, di cui ben 85 in Colombia, che è in testa a questa triste classifica, davanti al Brasile (58), all’Honduras (33), al Messico (26) e al Guatemala (12).

Alberto Mejia, comandante dell'esercito a colloquio con un contadino in un'area prima presidiata dalle Farc

Il network INDEPAZ ha anche localizzato gli omicidi: il dipartimento del Cauca ha, con 43 uccisioni, il pesante record di uccisioni. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani c’è stata un’escalation: dal giorno della firma dell’accordo tra Colombia e Farc ci sono stati, in un lasso brevissimo (un mese circa), 13 omicidi, il 25% di quelli considerati a livello nazionale nell’intero anno. Una tendenza che non è passata sotto traccia, al punto che la commissione Inter-American sui diritti umani (IACHR), pur riconoscendo un numero minore di intimidazioni nell’anno passato, ha precisato che è cresciuto quello degli omicidi. Si è attivata, inoltre per far pressioni sugli investigatori colombiani affinché indaghino tenendo presente tra i moventi delle uccisioni il fatto che le vittime fossero attive nella difesa dei diritti umani. E la carneficina non sembra essere finita, dato che al 7 febbraio scorso, sono già state 7 le vittime che la stessa IACHR ha tristemente annotato sul proprio taccuino.

 

IL TREND DELLA VIOLENZA Il caso limite è, ovviamente, quello dell’omicidio, ma sono stati registrati vari tipi di aggressioni a persone attive nella difesa dei diritti umani. Secondo i dati forniti dal network “Somos Defensores” sono stati 63, tra il luglio e il settembre dello scorso anno, gli episodi di violenza registrati nel SIADDHH (Sistema de Información sobre Agresiones a Defensores y Defensoras de Derechos Humanos). Anche secondo questi dati il numero ha visto un’impennata nel mese di agosto quando si fecero decisivi passi avanti negli accordi dell’Avana per porre fine alla guerra tra stato colombiano e Farc. A finire nel mirino principalmente sono stati uomini (circa il 70%). Interessante è mettere a confronto i dati forniti dal network relativi ai tre mesi del 2016 e quelli relativi all’anno precedente, il 2015. Anche in questo caso il dato totale suggerirebbe una netta diminuzione degli episodi, dato che lo scorso anno sono stati come detto 63 e nel 2015 si parla di 178 casi. Un dato quasi tre volte superiore, ma un’analisi più precisa mostra come il numero degli episodi non sia il solo indicatore: nel 2016, infatti, rispetto all’anno precedente sono diminuite nettamente le minacce ma sono cresciuti gli omicidi, passati dal 10% del totale del 2015, a quasi il 33% dello scorso anno. 

 

 

MINORANZE NEL MIRINO Al centro di aggressioni e omicidi sono spesso indigeni o afro-colombiani: in un report del Washington Office on Latin America (Wola) si segnala come gli attacchi siano indirizzati per oltre il 30% a rappresentanti di minoranze etniche in Colombia. Nel mese di gennaio sono stati uccisi tre membri dell’associazione CONPAZ: l’afro-colombiana Emilsen Manyoma Mosquera e suo marito Joe Javier Rodallega e la leader indigena Yoryanis Isabel Bernal Varela che portava avanti le istanze della minoranza Wiva nel Paese. “Somos Defensores” parla, come detto, di 80 uccisioni lo scorso anno: di queste 22, ovvero il 27 per cento del totale, ha riguardato minoranze etniche (15 indigeni e 7 afro-colombiani).

Colombia, nuovo accordo di pace tra governo e Farc

LA MANO DEI PARAMILITARI. Chi ha ucciso queste persone? Secondo l’analisi delle ricercatrici Gimena Sánchez-Garzoli e  Sonia Londoño per il Wola, “se da un lato l’accordo con le Farc ha ridotto la violenza a livello statale, la smobilitazione dei guerriglieri ha creato dei vuoti in Colombia, che sono alternativamente occupati da gruppi paramilitari che marcano il territorio con omicidi mirati e minacce di morte”. Anche “Somos Defensores” punta alle stesse conclusioni nel suo report riguardante il trimestre che va da luglio a settembre, individuando i presunti responsabili delle 63 morti registrate. A fronte di un 68% di casi su cui non si è fatta luce, il 24% indirizzerebbe ai gruppi paramiltari.

 

Intanto nel Paese continua la smobilitazione delle Farc. Nelle scorse ore, come ha riferito il generale Javier Perez Aquino, capo della Missione internazionale di osservazione delle Nazioni Unite, circa 6900 guerriglieri si sono concentrati in 26 luoghi della Colombia per avviare il processo di consegna delle armi, come previsto dall’accordo. E anche il governo Colombiano sembra muoversi: il comandante dell’esercito Alberto Jose Mejia ha ribadito che la pace con le Farc non porterà a un indebolimento dell’apparato militare nelle regioni che sono state abbandonate dai guerriglieri. Si parla di 1200 nuovi soldati che Bogotà vuole collocare nelle zone più insicure del Paese per combattere ogni tipo di crimine organizzato.

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  • Stefano Fantino
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