Martedì 03 Ottobre 2017 - 09:15

Catalogna, sciopero generale contro la repressione. Re Felipe per l'unità: "Violate costituzione"

Secondo i sindacati sta avendo successo in diversi settori. Puigdemont chiede mediazione internazionale

Giornata di sciopero generale in Catalogna per protestare a seguito delle violenze compiute dalla polizia domenica, nel giorno del referendum per l'indipendenza della regione dalla Spagna. Lo sciopero - indetto dai sindacati Cgt, Iac e Cos - secondo la Cgt sta ottenendo un seguito "molto elevato" in settori come trasporti, commercio, stivaggio e agricoltura. Inoltre 24 manifestazioni hanno interrotto stamattina la circolazione su diverse strade e autostrade della Catalogna, come la AP-7 o la C-32, provocando in alcuni casi code di oltre 10 chilometri.

IL DISCORSO DEL RE. Re Felipe VI rompe il silenzio sul referendum con un discorso dalla Casa reale alle 21: "Le autorità della Catalogna hanno violato la Costituzione e lo statuto dell'autonomia. Sono state sleali, hanno spezzato i principi democratici dello stato di diritto e minato l'armonia della società catalana, facendoci dividere, portando all'indebolimento. Oggi la società catalana è divisa e fratturata. Queste autorità, con il loro comportamento irresponsabile, hanno messo a rischio l'identità sociale della Catalogna e di tutta la Spagna".

"Ribadisco ancora una volta il fermo impegno della corona per la Costituzione e il mio impegno come re per l'unità della Spagna", ha continuato il Re.  Questi sono "momenti difficili", ma "li supereremo. Riusciremo ad andare avanti perché crediamo nel nostro Paese e siamo orgogliosi di ciò che siamo, i nostri principi democratici sono forti e solidi perché basati sul desiderio di tutti gli spagnoli di convivere assieme in pace e libertà". 

LO SCIOPERO. Circa 300mila persone si sono raccolte davanti alle scuole in cui domenica sono intervenute Guardia civil e polizia nazionale durante il referendum, per protestare contro le cariche degli agenti e mostrare messaggi di pace. La concentrazione più grande è davanti alla Ramon Llull, dove c'è stata una carica di polizia. Migliaia di dimostranti hanno portato fiori sul posto. All'evento era presente anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, che si è detta emozionata e ha affermato che le scuole di Barcellona sono "un modello di convivenza che ci rappresenta". Centinaia di persone, per esempio, anche davanti alla scuola Mediterrania di Barcellona, in cui le cariche della polizia hanno provocato diversi feriti, e davanti all'istituto secondario Joan Fuster, uno dei primi in cui la Guardia civil è entrata, sfondando una porta.

Sono salite a 52 le strade bloccate in Catalogna dalle manifestazioni dei cittadini in occasione della giornata di sciopero generale indetta da alcune sigle sindacali per protestare contro la repressione da parte degli agenti avvenuta domenica nella giornata del referendum sull'indipendenza.  Barcellona resterà senza servizi pubblici di autobus e metro fino alle 17 oggi. Fonti dei Trasporti metropolitani di Barcellona (Tmb) spiegano a Efe che si sta già procedendo a chiudere le stazioni perché "il trasporto non è garantito" fra le 9.30 e le 17. Per le prime ore del mattino, dalle 6.30 alle 9.30 erano garantiti servizi minimi del 25%, ma alla fine hanno circolato circa il 35% dei treni che circolano abitualmente e il 55% degli autobus. Fra le 7 e le 8, secondo le stesse fonti, è diminuito del 62% il numero degli utenti della metro. Le stazioni della metro riapriranno di nuovo fra le 17 e le 20, orario in cui i servizi minimi garantiti riscenderanno al 25%. 

Ieri, dopo le scene di violenze della polizia sugli elettori in coda e dopo l'annuncio della vittoria del sì all'indipendenza dalla Spagna con oltre il 90%, il governatore catalano Carles Puigdemont è tornato a chiedere una "mediazione internazionale" che sia supervisionata dall'Ue: l'Unione europea "deve smettere di guardare dall'altra parte" davanti alle "violazioni" della carta europea dei diritti fondamentali, perché non è solo una questione interna ma una "questione europea". Parole che, pronunciate al termine di una riunione del governo catalano, sono sembrate una risposta diretta alla posizione della Commissione europea chiarita poco prima a Bruxelles dal portavoce Margaritis Schinas: "Questa è una questione interna della Spagna", "in base alla Costituzione spagnola, il voto in Catalogna non era legale" e adesso è tempo di cercare dialogo e non violenza, ma "la Commissione Ue non ha al momento un ruolo da giocare". Alle ripetute domande sulla violenza della polizia, invece, Schinas ha continuato a ripetere sempre la stessa formula generica: "La violenza non può mai essere uno strumento in politica".

L'UNIONE EUROPEA. L'Ue si è fatta sentire con Rajoy. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in una telefonata con il premier spagnolo gli ha "lanciato un appello a trovare modi per evitare un'ulteriore escalation e l'uso della forza". Anche il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha avuto un colloquio con Rajoy, nel quale ha ribadito il sostegno di Bruxelles all'ordine costituzionale spagnolo. E il presidente francese Emmanuel Macron, che recentemente ha enunciato le sue proposte per un rilancio dell'Europa, ha garantito a Rajoy il suo impegno per "l'unità costituzionale della Spagna". Qualcosa in più potrebbe emergere da Juncker domani, quando sarà alla plenaria dell'Europarlamento (da agenda per discutere di Brexit); e il Parlamento europeo discuterà poi della questione mercoledì.

Nel 'day after', mentre migliaia di persone sono scese nuovamente in piazza da Barcellona a Girona a Lleida per protestare contro le cariche della polizia (l'ultimo bilancio aggiornato è di 893 feriti), Madrid ha cominciato a raccogliere i cocci e capire che strada bisognerà seguire adesso. Ma molto resta ancora da capire.

Prima questione aperta: il governatore catalano Puigdemont sostiene che il voto sia valido e vincolante e si potrebbe andare verso una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Parlamento catalano, che però non è ancora stata fissata. Stando alla legge approvata dall'aula regionale e che regolamenta il referendum, l'indipendenza dovrebbe essere dichiarata entro 48 ore dall'annuncio dei risultati. Tuttavia molti si sono espressi contro questa strada: non solo Madrid, che continua a sottolineare che si tratti di un voto illegale, ma per esempio la sindaca di Barcellona, Ada Colau. Dichiarare l'indipendenza a seguito del referendum porrebbe anche un problema di rappresentanza: secondo i dati, l'affluenza è stata di 2,26 milioni di persone sui 5,45 milioni di elettori registrati. La riunione del Parlamento regionale per discutere della questione verrà fissata mercoledì e potrebbe tenersi o alla fine di questa settimana o all'inizio della prossima.

La seconda questione aperta riguarda invece Madrid: il premier Mariano Rajoy ha avviato il confronto con le forze politiche che hanno una rappresentanza in Parlamento, ricevendo oggi alla Moncloa il leader del Psoe, Pedro Sanchez, e poi quello di Ciudadanos, Albert Rivera; ma per capire che linea intenda seguire bisognerà attendere. Mentre Rajoy ha approfittato per lanciare appelli all'unità e alla difesa della Costituzione, Sanchez gli ha chiesto di aprire "immediatamente" un negoziato con Puigdemont, sottolineando che "il dialogo è più necessario che mai". Rajoy ha chiesto una riunione del Parlamento spagnolo in plenaria per riferire della questione: ma si pensa che questo incontro non avverrà prima della prossima settimana. Intanto i toni di Madrid con la Catalogna non sono distesi: Puigdemont torni alla legalità, nell'ambito della Costituzione, perché "fuori da questo non è possibile alcun dialogo", è l'avvertimento lanciato dal coordinatore generale del Partido popular (Pp) di Rajoy, Fernando Martinez-Maillo.
 

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