Venerdì 11 Marzo 2016 - 19:45

Caso Yara, Bossetti: Dna non mi appartiene, vogliono inguaiarmi

L'attacco del muratore di Mapello: Ad arrestarmi più carabinieri che per Toto Riina

Caso Yara Gambirasio, udienza al Tribunale di Bergamo

Il Dna trovato sugli abiti di Yara "non mi appartiene, è un Dna stramplato che per metà non corrisponde". Lo ha detto oggi Massimo Bossetti nel corso del processo a suo carico della Corte d'Assise di Bergamo. Il muratore di Mapello è accusato della morte di Yara Gambirasio. "Tirate fuori le vere prove " ha aggiunto Bossetti, rispondendo alle domande del pm Letizia Ruggeri e quando il magistrato gli ha chiesto se sapesse come mai il suo Dna fosse finito sui vestiti della ragazzina ha risposto: "Assolutamente no, quel Dna non mi appartiene". Bossetti ha ribadito che conosceva la ragazzina "solo di vista" e ha "escluso categoricamente" che il furgone ripreso dalle telecamere di sorveglianza di Brembate di Sopra la sera della scomparsa di Yara sia il suo. "Rivolgo un pensiero a Yara tutte le sere, prego per lei e per la sua famiglia tutte le sere", ha sottolineato in un passaggio del controinterrogatorio rispondendo alle domande del suo avvocato Paolo Camporini e aggiungendo di non poter sopportare "un'accusa così infamante".

RICERCHE SU RAGAZZINE. Bossetti ha escluso di aver mai fatto ricerche in internet suo due computer di casa su ragazzine o tredicenni: "Quelle ricerche nei nostri non possono esserci". Bossetti però ha ammesso che talvolta "in intimità, quando i figli erano a letto", lui e la moglie guardavano "entrambi" siti pornografici.

'METTERMI NEI GUAI'. Bossetti, dopo essere stato fermato il 16 giugno 2015, ha pensato che "Yara Gambirasio fosse stata uccisa per mettermi nei guai", rispondendo ad una domanda del pm Letizia Ruggeri. Parole che aveva già pronunciato durante un interrogatorio, durante il quale aveva espresso i suoi sospetti nei confronti dell'ex datore di lavoro Massimo Maggioni, che lo ha denunciato per calunnia.

PIU' CARABINIERI CHE PER RIINA. Il 16 giugno del 2014 quando Massimo Bossetti è stato fermato, mentre lavorava in cantiere a Seriate  "sono arrivati 30 o 40 carabinieri con le auto e le pettorine, come se fossi uno spacciatore di droga, neanche per Totó Riina". Bossetti ha detto di aver provato "una paura, ma una paura". "Avevo pensato che mi picchiassero - ha aggiunto - tutti lì insieme. In quel momento stavo svenendo". Il carpentiere si Mapello ha spiegato anche che "nessuno gli ha spiegato cosa stesse succedendo, né perché mi stessero portando via".

LA MOGLIE IN AULA. Ha voluto essere presente all'interrogatorio di Bossetti anche la moglie Marita Comi. Seduta in prima fila, la donna non si è fermata a parlare con i giornalisti. La settimana scorsa, invece, quando il carpentiere di Mapello ha iniziato a rispondere alle domande del pm Letizia Ruggeri, Marita Comi non era presente.
 

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