Venerdì 19 Febbraio 2016 - 20:30

Brexit, Tusk: Accordo unanime. Renzi: Buon compromesso

Cameron: Regno Unito avrà statuto speciale

Meeting dei leader Ue a Bruxelles per discutere su Brexit e migranti

Accordo raggiunto all'unanimità. Lo ha annunciato in serata il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk su Twitter, al termine di estenuanti negoziati. Il tema in questione: l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, che rischiava di alimentare i risentimenti degli altri e accendere il conflitto. A Bruxelles i leader Ue hanno scongiurato dopo lunghe trattative la Brexit.

RENZI: BUON COMPROMESSO - "Non è un pastrocchio, per i cultori del diritto europeo può essere considerato un precedente ma il Regno Unito è speciale non da oggi. Meglio avere un Regno Unito che fa chiarezza piuttosto che un Regno Unito ondivago. Il bicchiere è molto più che mezzo pieno. Credo che sia davvero un buon compromesso", ha detto il premier Matteo Renzi lasciando il Consiglio Ue al termine del vertice.

CAMERON: UK AVRA' STATUTO SPECIALE - " "Ho negoziato un accordo per dare al Regno Unito uno status speciale dentro l'Ue", ha spiegato il premier britannico David Cameron nel corso di una conferenza stampa. "Ora il Regno Unito sarà più forte se resterà dentro l'Unione europea", ha aggiunto.

L'intera questione si è retta su un presupposto molto fragile. Tutti erano consapevoli del fatto che l'uscita dall'Unione europea del Regno Unito sarebbe stata un disastro e temevano che avrebbe dato il via a un effetto a catena che avrebbe travolto l'intera costruzione comunitaria. Per scongiurare questo rischio, negli ultimi sette mesi, a partire dal giugno scorso, Bruxelles ha intavolato una trattativa per vedere se si poteva concedere qualcosa a Londra, che potesse convincere i britannnici a restare, e a votare per la permanenza nell'Ue al referendum voluto dal premier David Cameron. Oggi tutti i nodi sono venuti al pettine. I motivi di conflitto sono stati essenzialmente tre, tutti egualmente pesanti.

GLI ASSEGNI FAMILIARI. Il primo, che ha contrapposto Londra ai Paesi del gruppo di Visegrad, cioè Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, è stato quello del welfare. Il Regno Unito vorrebbe avere la possibilità, ribattezzata 'freno di emergenza', di mettere a disposizione degli stranieri comunitari assegni familiari più leggeri (riparametrandoli al costo della vita nel Paese d'origine) e di escluderli dall'assegnazione delle case popolari (assegnando la priorità ai propri cittadini). I Paesi dell'est stavano contrattando sul numero di anni per il quale la misura poteva essere applicabile e una intesa sembrava vicina. Finché non è successo quello che era ovvio che succedesse. Altri Paesi hanno alzato la mano e chiesto perché solo Londra dovrebbe avere questa possibilità. E il conflitto si è acceso.
'Ci era stato detto - spiegano fonti diplomatiche polacche - che saremmo andati incontro a una perdita di diritti sullo stato sociale solo nel Regno Unito. Invece ora c'è un numero crescente di Paesi che chiede di applicare le nuove norme anche da loro. Per noi questo è un grosso problema, coinvolgerebbe 500mila polacchi, 100mila dei quali bambini'. La questione è rilevante non solo per il suo aspetto concreto, ma anche perché in discussione è il principio dell'uguale trattamento di tutti i cittadini dell'Ue in ogni Stato membro.

LA GOVERNANCE DELL'EURO. Il secondo tema ha riguardato la governance dell'euro: Cameron chiedeva l'introduzione di un meccanismo che riducesse il peso decisionale dei Paesi dell'area euro rispetto agli altri e in particolare chiedeva di poter scegliere di non aderire alle riforme del settore bancario. Su questo a opporsi è stata maggiormente la Francia, appoggiata dall'Italia. 'Occorre una regolamentazione che valga su tutte le piazze finanziarie', ha spiegato il presidente francese François Hollande. E soprattutto, ha scandito, 'Il Regno Unito non può avere il diritto di veto su ciò che facciamo'. Sulla stessa linea anche l'Italia. Il premier Matteo Renzi, alla vigilia del vertice, nel corso ieri dell'informativa alle Camere, è stato chiaro: 'Non ridimensioneremo il ruolo dell'euro'.

LA CLAUSOLA DI AUTODISTRUZIONE. Il terzo tema, quello che li riassume tutti, è stato quello del precedente. A dare battaglia su questo punto è stato soprattutto il Belgio, che ha fatto di tutto per evitare appunto che questa intesa si trasformasse in un precedente. Per arrivare a questo obiettivo è arrivato a chiedere una 'clausola di autodistruzione'. In sostanza voleva mettere nero su bianco che, terminata questa tornata di negoziati, il Regno Unito non potrà riaprire i termini dell'intesa in caso di un 'no' al referendum. In una tale circostanza, neanche troppo remota, infatti, Cameron potrebbe essere tentato di riprovare a strappare ulteriori concessioni invece di avviare il proprio Paese a lasciare l'Unione. Non solo, ma il Belgio voleva assicurarsi anche che non possa avvenire che altri Paesi seguano l'esempio di Londra. 'Non permetteremo - ha chiarito il premier belga Charles Michel - che altri Paesi possano adottare questo testo come base di nuovi procedimenti ostili all'Europa'.

'FARAGE HA RAGIONE'. A complicare la situazione, c'era il fatto che quello che è stato definito in queste ore non è in effetti un accordo che modifica i trattati, ma un impegno che dovrà tradursi in un secondo momento in una modifica delle intese che sorreggono l'architettura comunitaria. Fino a che questo non avverrà, accusa il leader dell'Ukip Nigel Farage, l'accordo 'non è neanche legalmente vincolante'. In effetti ha ragione, spiegano fonti comunitarie, perché, di fronte a una impugnazione, la Corte di giustizia europea non potrebbe che far prevalere i trattati esistenti sulla nuova intesa.

Matteo Renzi

LA MINACCIA DI RENZI SUI RICOLLOCAMENTI. In questo contesto, già piuttosto complesso e fragile, si inseriscono i conflitti sulla crisi migratoria. A riaccenderli questa volta è stata l'Italia. Renzi nella notte ha alzato la voce sui ricollocamenti: 'Cari amici - ha detto nel corso della cena - basta con le prese in giro. Da un anno vi diciamo che questo problema riguarda tutti. Mettiamola così: la solidarietà non può essere solo nel prendere'. E ha lanciato la minaccia: 'Inizia adesso la fase della programmazione dei fondi 2020. O siete solidali nel dare e nel prendere. Oppure smettiamo di essere solidali noi Paesi contributori. E poi vediamo'.

'RICATTO POLITICO'. Di fronte a questo, i leader dei Paesi dell'est sono saltati dalla sedia. Di 'ricatto politico' ha parlato il portavoce del governo dell'Ungheria, Zoltan Kovacs. 'Il primo ministro Renzi non può ricattare nessuno', ha detto il ministro polacco per gli Affari europei, Konrad Szymanski. Proprio Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca sono stati tra i più strenui oppositori della decisione Ue di ridistribuire i rifugiati tra gli Stati membri dell'Ue per condividere tra tutti l'onere della peggiore crisi migratoria in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Szymanski ha detto che la Polonia non ha mai puntato il dito contro l'Italia durante la crisi dell'euro, e l'Italia quindi deve dimostrare la stessa moderazione per quanto riguarda la posizione polacca sui migranti.

L'AUSTRIA CONFERMA LE QUOTE AGLI INGRESSI. Il tutto mentre la situazione sul terreno sta sfuggendo di mano. L'Austria ha rispedito al mittente le accuse del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, confermando l'introduzione delle quote sugli ingressi a partire da stamattina. Mentre la Slovacchia ha annunciato la costruzione di una recinzione ai confini e la Serbia avrebbe - ma il governo nega - chiuso la frontiera con la Macedonia.

LA GRECIA MINACCIA SUL BREXIT. E la Grecia, che rischia di essere il Paese che pagherà il conto, ritrovandosi tutti i profughi in casa, ha minacciato di non firmare le conclusioni finali del vertice e di far saltare quindi l'intesa sul Brexit, se non si scrive nel testo che non ci sarà 'alcuna azione unilaterale da parte degli Stati per quanto riguarda i migranti fino al prossimo vertice. Non chiudete le frontiere fino a quel momento', è stato l'appello. Il prossimo vertice sarà all'inizio di marzo e vi prenderà parte anche la Turchia. Il premier turco Ahmet Davutoglu avrebbe dovuto essere presente già a questo summit ma è stato trattenuto in patria dall'attacco terroristico di Ankara.

LE CRISI SI ALIMENTANO L'UNA CON L'ALTRA. Quello che sta succedendo è che, ancora una volta, le crisi si stanno accavallando una sull'altra, alimentandosi a vicenda. L'accordo con la Turchia ne è un esempio: per correre ai ripari l'Ue ha stretto un accordo con Paese piuttosto impresentabile, nel quale gli abusi sulla minoranza curda e gli arresti di giornalisti sono la normalità. Lasciando intravedere ad Ankara la possibilità di entrare nell'Unione. Insomma, l'espressione algebrica che si sta venendo a formare è piuttosto drammatica: più Ankara, meno Londra, più filo spinato, meno solidarietà. La resistenza della costruzione europea prima o poi potrebbe raggiungere il limite.

Scritto da 
  • Fabio De Ponte
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